Mancano 1871910 giorni alla Fine del Mondo.
0.0.0.4.10
21 giovedì mar 2013
Pubblicato in fine del mondo
Mancano 1871910 giorni alla Fine del Mondo.
21 giovedì mar 2013
Pubblicato in fine del mondo
04 lunedì mar 2013
Pubblicato in autopromozione
Rianimo temporaneamente il blog per una mera comunicazione autopromozionale.
Come già lo scorso anno, anche in questo 2013 il gruppo nachtbummler, grazie a Cyrano Comics, dà alle stampe e offre all’attenzione del pubblico più curioso (e attento) un nuovo volume di Noêin, giunto al volume 03 (che è il quarto, essendo partito da un volume 00).
Per chi ancora non lo conoscesse, Noêin è un singolare oggetto, che si muove inquieto sul confine tra autoproduzione ed editoria ufficiale, tra fumetto e narrativa scritta, tra amatorialità e autorialità, tra convenzioni di genere e sperimentalismo, tra citazionismo e innovazione.
Come già lo scorso anno, anche in questo 2013 Noêin ha il (dis?)onore di ospitare un mio contributo…
L’anno scorso si trattava di un racconto breve titolato Il risveglio della pietra. Quest’anno, sempre un racconto breve, titolato Spiragli.
Il nuovo volume di Noêin sarà presentato a Mantova Comics & Games, il fine settimana dei giorni 8-9-10 marzo.
Se posso dirlo, be’… l’insoddisfazione per ciò che scrivo purtroppo è la regola, e quest’anno il mio contributo, soggettivamente, mi sembra anche meno valido rispetto all’anno scorso.
Ma sto già meditando come riscattarmi col prossimo Noêin, nel 2014; ovviamente sperando che la meditazione riesca poi a mutarsi in azione (cosa non garantita).
21 venerdì dic 2012
Pubblicato in libri

Nick Harkaway
Il mondo dopo la fine del mondo
2009, Mondadori, 558 p.
(2008, The Gone-Away World)
Dalla presentazione dell’editore:
…le Bombe Svuotanti hanno cancellato intere zone della realtà dalla faccia della terra. Un soldato senza nome e il suo eroico amicone Gonzo Lubitsch devono affrontare l’inimmaginabile minaccia che viene dall’esterno della Zona Abitabile: un assortimento da incubo di mutanti e mutazioni. Non contenti di avere fra le mani il destino dell’umanità, i due finiscono per trovarsi coinvolti in un triangolo amoroso potenzialmente catastrofico. Accompagnati da una ciurma di guerrieri male assortita e rotta a ogni esperienza, i nostri eroi riusciranno a salvare questo caoticissimo mondo postapocalittico? E soprattutto: ne vale la pena?…
Scoppietta alla partenza, promette scintille e saliscendi e poi ti devia a tradimento sul binario di un flashback lutulento che si trascina per capitoli e capitoli, per mezzo libro e oltre. Un’unica gigantesca ripresa con macchina fissa nella soggettiva del protagonista, a ritmo costante e monocorde, monotòno.
Sì, ok, quando più avanti giunge la svolta, la rivelazione di cos’è-successo-veramente si capisce che forse il meccanismo non consentiva alternative alla soggettiva fissa. Peccato che tirata così per 500 pp. tenda a stancare.
E stanca per lo stile ineguale: a più riprese eccellente & infiorettato e poi disperso in lunghi passaggi asettici tipo intanto-butto-giù-appunti-per-la-trama-come-vengono-ché-poi-li-risistemo-quando-il-libro-lo-scrivo-per-davvero. Non è tanto la verbosità incontrollata, e i voluti inserti di infodump inessenziale, ché quelli io li benaccolgo. Sono i lunghi corridoî con materiale edile sparso affianco di sale dagli infissi cesellati, che un po’ lasciano perplessi.
Harkaway discepolo stilistico di David Foster Wallace? Sì, condivido, ma il maestro supera ancora di parecchie lunghezze (ma parecchie parecchie… parecchie!) l’allievo. E non è l’unico, degli altri nomi cui Harkaway è riconducibile, l’ho visto ricondotto. Sembra Wallace. Sembra Vonnegut. Questo l’hanno già notato altri. Sembra Landsale: questo non lo so (non l’ho letto). Sembra Lovecraft? No, non direi. Piuttosto sembra Lovecraft per tramite di China Miéville. In Harkaway c’è tantissimo Miéville. Ma tanto tanto. E poi scopro che come Miéville pure Harkaway è inglese, nel senso di britannico. Magari si conoscono di persona. Scopro che è inglese a fine volume. Convintissimo che fosse americano. Perché Il mondo dopo la fine del mondo come stile è terribilmente americano. Lo stile smargiasso che vuol dar mostra di non prender nulla sul serio, di voler essere colloquiale e informale a più non posso, un po’ film sul Vietnam, un po’ dialoghi tra supereroi dei comics, un po’ l’adolescente che scopre che con le parolacce forse sembra adulto. Forse. Sembra.
Harkaway sembra tanti altri autori, e non so fino a che punto questa sia una buona notizia, per uno scrittore.
Miéville, dicevo. Come Miéville, neanche Harkaway cammuffa la sua affiliazione politica. Il mondo dopo la fine del mondo parla con una certa convinzione l’ideologia noglobal (o newglobal, chiamatela come volete). Niente di male. Peccato che. Peccato che, sì, lo fa in maniera meditata, ne (ri)conosce i limiti, sa la velleità parolaia e autoreferenziale del sinistrismo universitario (e da salotto in genere), lo parodizza pure, sa come sia cosa che si rompe il muso contro il muro duro della realtà.
Ma dài e dài, la storia pende decisamente per una retorica un po’ manichea stile la-vostra-crisi-non-la-paghiamo, tutta-colpa-delle-multinazionali-disumanizzanti, il-capitale-ci-ruba-l’anima, su cui, in vista del finale, scendono pure consistenti spruzzate di complottismo.
Tanto che ti aspetti che da un momento all’altro salti fuori l’Agente Smith (sì, quello di Matrix).
E ci starebbe anche bene tra tutti gli scontri a suon d’arti marziali che affollano il libro. Perché in mezzo al resto (il resto: motori a energia suina; megacittà mobili su cingoli; compagnie di mimi combattenti… e altro ancora) ci sono i ninja. E qui ho visto molti lettori che s’esaltano: uh, ci sono i ninja! figata. Mah, posso dirlo? A me ‘sta cosa sa un po’ da fan service per il consumatore indie snob di cultura pop. Quello a cui bastano i ninja per alzare il voto al libro. E mi stupisce Harkaway non ci abbia messo pure gli zombie…
Ma questa non vuole essere una stroncatura.
Tiriamo le somme.
Il mondo alla fine del mondo è un po’ un giocattolone.
Ricorda tante altre cose, senza riuscire a eguagliarle.
Volete una corrosiva satira politica e sul militarismo? C’è Vonnegut. Volete dei romanzi fantastici scritti da un comunistaccio dichiarato (gustabile per giunta anche da chi la pensa all’opposto, o da chi di politica non pensa affatto)? C’è China Miéville. Volete un’orgia di piacere letterario che più contemporaneo e schizofrenico non si può? C’è David Foster Wallace.
Però!, un giocattolone resta un giocattolone. Da non prendere troppo sul serio. Ma ci si può giocare.
Leggere Il mondo alla fine del mondo permette di giocare parecchio. È piacevole. Diverte. Dà soddisfazione. Facendo le varie tare, è ben scritto. C’è un sacco di fantasia.
E poi, è un’opera prima. E allora, mica male.
Aspettiamo la prossima. La voglia di leggerla io ce l’ho.
PS. Molto buona la traduzione italiana.
21 venerdì dic 2012
Pubblicato in fine del mondo
09 venerdì nov 2012
Libere ipotesi su come finirà ONE PIECE.
Le ipotesi si basano su quanto pubblicato sino al volume 65 compreso; penso siano anche un po’ spoilerose in tal senso: attenzione.
Inoltre, considerando che ancora molti elementi restano oscuri e appena accennati, mi limito alle grandi linee.
Col volume 61 apprendiamo infine che il cappello di paglia, lungi dall’essere un simbolo generico di accesso alla pirateria consegnato da Shanks a Rufy è simbolo della pirateria in quanto tale, perché giunto a Rufy, per quanto (per ora) a sua insaputa, a partire da Gol D. Roger, che in gioventù anche come abbigliamento non era poco dissimile da Rufy stesso.
Il cappello di paglia come simbolo della pirateria suprema, una sorta di corona dimessa e popolana, quasi un’anti-corona, che però sancisce una linea di legittimità da Roger a Rufy.
E che consegna Rufy, per quanto parzialmente, alla tipologia dell’eroe predestinato. Parzialmente: per ora.
Per ora, già.
Perché la mia prima ipotesi è che predestinazione e legittimità abbiano un peso ancora maggiore sul futuro (e il passato) del nostro protagonista.
Ecco l’ipotesi: Monkey D. Rufy non sarebbe semplicemente l’erede simbolico del Re dei Pirati, bensì l’erede dei legittimi sovrani del Mondo, i sovrano che il Mondo governavano otto secoli addietro, prima che cominciassero i Cento Anni di Vuoto, prima che venisse costituito l’attuale Governo Mondiale, che sarebbe dunque un governo illegittimo, di usurpatori.
Il lignaggio reale di Rufy sarebbe sancito dalla famosa “D”.
Ho letto in rete ipotesi sulla “D” che puntano al carattere dei personaggi che la portano nel nome.
C’è chi fa notare che tutti hanno affrontato la Morte col sorriso: Gol D. Roger sul patibolo che diede il via alla Grande Era della Pirateria; Hogwar D. Sauro stretto nella morsa letale di gelo stretta da Kuzan; Portuguese D. Ace mentre si spegneva consumato dal magma di Sakazuki; e ovviamente Monkey D. Rufy, a Rogue Town, a un passo dalla Morte su quello stesso patibolo che vide la fine del Re dei Pirati in persona (in quest’ultimo caso il parallelo è pure esplicito, sottolineato da Smoker).
I portatori della “D” risulterebbero dotati d’una forza d’animo non comune, e sarebbe questa la loro qualità, più che qualche altro straordinario potere materiale.
Può essere.
Va tuttavia notata un’altra cosa, alquanto semplice: la “D” si tramanda di padre in figlio. È quindi segno di un lignaggio. Ed è temuta dai Cinque Astri di Saggezze, supreme autorità (per quanto ci è dato sapere finora…) nel Governo Mondiale.
Si leggano in quest’ottica le parole di Barbabianca poco prima di morire, nel volume 59, e immediatamente successive a un ricordo interrotto, in cui Roger spiega al baffutissimo pirata il significato della “D”.
Sono parole che contengono indizî piuttosto evidenti a favore della mia ipotesi: Barbabianca parla di un’eredità storica, che travalica i secoli, e che in futuro sfiderà a battaglia il Governo Mondiale mettendone in gioco il dominio globale.
Non è quindi peregrino supporre questo: la “D” designa le famiglie che anticamente reggevano il Mondo.
Perché “famiglie” al plurale? Perché, finora, tra i portatori della “D”, abbiamo anche un gigante: Sauro.
Difficile immaginare strane commistioni di sangue tra umani e giganti, o altre stirpi, commistioni sulle quali finora non abbiamo avuto notizie. Se ci fossero, e fossero comuni, ne avremmo già saputo qualcosa.
Ulteriore ipotesi, forse un po’ più azzardata della precedente, è che anticamente il Mondo fosse governato da un consiglio di regnanti dalle varie stirpi che popolano il Mondo di ONE PIECE: sicuramente umani e giganti, forse anche altri.
Tempi antichi in cui le varie stirpi vivevano in armonia tra loro grazie a regnanti benigni, prima dell’avvento del malvagio Governo Mondiale?
Non è detto. Forse il vecchio governo legittimo perché tutt’altro che buono, per delle sue colpe, volontarie o involontarie che siano. Forse colpe d’orgoglio.
Lo immagino perché, be’… perché sarebbe in linea con tanto altro fumetto giapponese, dove i confini tra “buoni” e “cattivi” non sono mai netti, e solitamente a ogni fazione sono concesse le proprie motivazioni. Anzi, spesso i cattivi hanno delle ottime motivazioni, e se sbagliano è nei metodi, o perché incapaci di porre dei limiti ai proprî scopi, anche se validi.
La mia terza ipotesi, neanche tanto difficile, è questa: l’errore che condannò l’antico governo fu la produzione delle Armi Ancestrali, o comunque un errore a esse legato.
Il nuovo governo, cioè il Governo Mondiale, animato da buone intenzioni, di fronte all’enorme rischio posto dalle Armi Ancestrali, o alle distruzioni che esse effettivamente operarono, optò per misure drastiche e autoritarie: cancellare e insabbiare tutto ciò che riguardasse il passato, impedire il risorgere di una potenza che il Mondo si era dimostrato incapace di gestire. Con metodi terribilmente drastici, come la distruzione di Ohara, possibili perché evidentemente per il Governo Mondiale il fine giustifica i mezzi; e giustifica anche discutibili effetti collaterali: tra questi la formazione di una casta tirannica e crudele come quella dei Nobili Mondiali.
Col procedere dei volumetti, dunque, e verso il finale, dovrebbe emergere questo contrasto: da una parte un governo dispotico, il Governo Mondiale, dotato di scarsa fiducia nelle capacità degli individui di non scannarsi a vicenda e della civiltà di non autodistruggersi; dall’altra una nuova visione portata da Rufy, una visione di fiducia negli altri, in cui un amore semplice e istintivo per la libertà si coniuga al disinteresse per il potere.
Perché il Re dei Pirati non è interessato al dominio, afferma Rufy stesso nel volume 52, bensì a essere libero più di chiunque altro.
Rufy causerà il tracollo definitivo del Governo Mondiale, ma Rufy stesso, ora Re dei Pirati, e se lo volesse pure Re del Mondo, ovviamente rinuncerà al trono supremo, e con la sua ciurma e con la sua nave ripartirà per i mari alla ricerca di nuove avventure.
Personalmente credo che ONE PIECE si concluderà così.
Il male non sarà sconfitto.
Sarà sconfitta l’aspirazione del Governo Mondiale, di estirpare il male alla radice, aspirazione che ha creato forse più male di quanto voleva impedirne. Resterà, implicita o esplicita, l’idea che il male si trovi dentro e tra di noi, insieme con la speranza che in qualche modo si possa riuscire a venirne a patti, che in qualche modo ce la si possa cavare di fronte alle sue esplosioni.
È anche questa un’idea che torna e ritorna in gran parte del fumetto giapponese.
E ovviamente lo scontro finale, o uno degli scontri finali, sarà tra Monkey D. Rufy detto Cappello di Paglia e Marshall D. Teach detto Barbanera, entrambi discendenti degli antichi regnanti, entrambi a un passo dal riprendersi l’antico potere: Rufy al termine di un percorso praticamente involontario, spinto solo dall’amore per la libera avventura, e da un desiderio quasi giocoso di diventare il Re dei Pirati; Barbanera al termine di una panificazione attentamente studiata e premeditata in segreto per lunghi anni.
Il movente di Barbanera? Ovviamente la vendetta e il riscatto, più che il potere in sé. La vendetta per probabili soprusi subiti da bambino, da ragazzo, la vendetta secolare contro quel Governo che usurpò i regnanti legittimi.
Ma del passato di Barbanera dopotutto si sa ancora poco, anche se probabilmente lo leggeremo rievocato in una lunga narrazione retrospettiva prima o durante lo scontro finale con Rufy. Personalmente la aspetto con vivo interesse.
26 mercoledì set 2012
Pubblicato in fine del mondo
“Il Mondo sta per finire”, diceva il primo.
“Finirà, ma non certo domani”, rispondeva il secondo.
“Non finirà mai”, interloquiva il terzo.
E litigavano e litigavano e non riuscivano a venirne a capo.
“Il Mondo sta per finire!”, riprendeva il primo. “Sento l’imminente fine scorrermi fin dentro le ossa, la posso percepire in ogni singola cosa. La rovina incombe su di noi, è dentro di noi. I legami che tengono integra la compagine del Mondo stanno per spezzarsi e tutto l’esistente svanirà in un’immane informe caotica nube di pulviscolo. Non c’è scampo e non c’è senso. E a che pro lavorare e faticare e costruire e conservare se il grande nulla ormai ci attende nel prossimo istante, per divorare tutto, per ingoiarci tutti?”
“Il Mondo finirà, ma tutto avverrà a suo tempo!”, ribatteva il secondo. “Perché il Mondo ha una sua storia, un suo senso e una sua logica, per quanto questa sfugga al nostro sguardo limitato e solo vaghi frammenti ne possiamo cogliere. Il Mondo è nato, è cresciuto, sta crescendo, e un giorno invecchierà e morirà, come tutti gli esseri e le creature. Oggi del Mondo possiamo contemplare ancora le forme solide, le salde montagne e i fermi continenti e la regolarità delle orbite celesti, e tutte dicono che il tempo della fine è ben lontano. Cómpito nostro è attendere senza fretta né timore e curare questo giardino in cui siam stati posti a vivere, e curarci gli uni degli altri secondo l’ordine che nel Mondo possiamo riconoscere, così da esser degni di ciò che verrà quando, a suo tempo, giungerà la fine, e allora conosceremo quel grande disegno di cui tutti siam piccola parte.”
“No, il Mondo non finirà mai!”, decretava il terzo. “È sempre esistito, sempre esisterà, e basta interamente a se stesso, perché il Mondo è senza fine nel tempo come nello spazio, e nulla può esservi fuori del Mondo perché per definizione esso tutto già comprende. Privo di inizio, privo di fine, e privo di senso e indifferente verso di noi così come lo è il bue verso pidocchi e pulci che il suo vello ospita. E quindi un senso sta a noi costruirlo, se così ci piace, costruirlo per noi e per chi ci circonda, e conservarlo per coloro che verranno dopo di noi, perché del Mondo cinico non abbiano a patire le durezze. Vana la speranza o la follia di chi la Fine del Mondo attende, nel prossimo istante o nei secoli a venire, e amara la sua delusione.”
E litigavano e litigavano e non riuscivano a venirne a capo.
Decisero così un giorno di recarsi dal Grande Saggio, noto per avere tutte le risposte e forse anche di più.
Il Grande Saggio viveva sulla montagna. Bisogna sapere che tutti i Grandi Saggi vivono sulle montagne, sulla cima dei cocuzzoli o dentro ascose grotte e umide. O forse, chissà, i Grandi Saggi che vivono nelle pianure, o in riva ai fiumi, o sulle spiagge, sono talmente saggi da riuscire a ben cammuffarsi agli sguardi della gente. Per non parlar di quelli delle metropoli.
Quando posero il loro quesito e chiesero chi di loro tre avesse ragione, il Grande Saggio sorrise beffardo e poi rispose:
“Avete ragione tutti e tre e nessuno. Perché il Mondo finisce sempre, finisce in ogni singolo istante in cui esiste, finisce in ogni istante e in ogni istante si rinnova.”
Perplessi i tre si guardarono tra loro e poi di nuovo verso il Grande Saggio, che sorrise un po’ più beffardamente e aggiunse:
“Certo, queste son parole. Il difficile è percepirlo. È la differenza che passa tra dilettarsi nell’udire un poema d’amore e avere le membra in fiamme e l’anima per il desiderio di donna, d’uomo o quant’altro; è la differenza che passa tra l’assistere a teatro al dramma d’assassinio e sentire con terrore il soffio della vita che ti sfugge quando la gelida lama del nemico ti ha tranciato la gola.”
E allora i tre, all’unisono, chiesero al Grande Saggio se ci fosse riuscito, se fosse riuscito, lui, che dopotutto era il Grande Saggio, a percepire ciò di cui parlava, a percepire che il Mondo finiva e rinasceva a ogni istante.
E il Grande Saggio, sorridendo più beffardo che mai, rispose:
“Non ancora, ma prima o poi ci riuscirò. Certamente prima che il Mondo finisca, perché quando ci riuscirò, e questo è altrettanto certo, allora sì, il Mondo finirà.”
23 domenica set 2012
Pubblicato in fine del mondo
21 giovedì giu 2012
Pubblicato in fine del mondo
06 mercoledì giu 2012
Pubblicato in animazione, anime
Per motivi che non sto qui a raccontare qualche giorno fa mi hanno indicato un video sul Tubo: la sigla italiana di David Gnomo amico mio, serie tv spagnuola di metà anni Ottanta, modesta trasposizione dei ben più potenti e olandesi volumi illustrati di Rien Poortvliet.
Il video, forte di duecentomila e passa visualizzazioni, ha riscosso diverse diecine di commenti, commenti dal contenuto tipico per qualunque cosa sia caricata sul Tubo che abbia almeno dieci/quindici anni.
Per la sigla italiana di David Gnomo il commento più votato, con quarantacinque pollici levati, afferma così:
che merde i cartoni di adesso…. Sono di una stupidità unica senza un senso un significato o un valore giusto!!! Per forza i bambini di adesso son cosi….
Tra quelli che seguono, molti sullo stesso tono:
Questi si che erano cartoni animati…Mettevano buon umore e ti facevano compagnia x tutto il pomeriggio….chi dimenticherà mai BIM BUM BAM e SOLLETICO…ora solo combattimenti,carte che diventano mostri e combattono…..ma vaaaaaaaaaaaaaaaa…
e vero i cartoni di adesso sono ridicoli quelli di una volta si che erano cartoni…..
poveri bimbiminkia cosa vi siete persi…!!!questi sì ke erano cartoni,anzi Cartoni con la C maiuscola!!!
Che belli erano questi cartoni che ti insegnavano ad amare gli animali e la natura, invece i cartoni di adesso sono pieni di mostriciattoli e zero morale.
E’ proprio vero i cartoni di oggi sono stupidi e inutili… io con i cartoni come david gnome e Viaggiando con Benjamin ho imparato un sacco di cose che ancora oggi ricordo perfettamente… altro che pokemon o digimon…
..hai centrato in pieno la questione: Pokemon, Digimon e altre stronzate varie. Noi siamo cresciuti con questi cartoni, coi Puffi, Ladi Oscar e i capolavori della Disney…e il risultatto si vede…
quant’è vero… ai miei figli farò vedere questi cartoni! altro che pokemon!
Nostalgismo radicale.
Nella disputa tra cartoni antichi e moderni, i moderni subiscono una condanna per direttissima e senza possibilità d’appello.
E le motivazioni della condanna sono soprattutto di ordine morale: i cartoni di oggi sono “ridicoli”, “stupidi”, “inutili”, sono “merde”, “stronzate”, “senza un senso un significato o un valore giusto”; il cartone di oggi ha “zero morale” e questo spiega perché “i bambini di adesso sono cosi”.
Così come?
Non viene detto, nessuno lo chiede, il significato è ovvio, il giudizio è condiviso e privo di dubbî, e impietosamente negativo: i cartoni di oggi, “stronzate senza un valore giusto” hanno rovinato l’infanzia, la stanno rovinando, sicuramente ancora oggi, anche adesso, ora, anche in questo preciso istante, la stanno corrompendo, guastando, rovinando forse irreparabilmente.
O almeno finché qualche savio genitore non interverrà a ricondurre con mano salda i bimbi sulla giusta via di David Gnomo amico mio.
Nell’ottobre del 1994, diciotto anni fa (un sacco di anni fa), Luca Raffaelli, giornalista, cultore e divulgatore d’animazione e fumetto, dava alle stampe le Le anime disegnate – Il pensiero nei cartoon da Disney ai giapponesi.
Libro che poi sarebbe stato ristampato e ripubblicato più volte, in edizioni nuove e aggiornate.
Era il primo testo in volume che in Italia cercasse di prendere sul serio l’animazione giapponese, come del resto merita(va). Era il 1994: gli estimatori degli anime stavano crescendo, ma ancora faticavano ad alzare la propria voce fuori dei circuiti amatoriali.
Raffaelli, classe 1959, non era di quelli “cresciuti coi cartoni giapponesi”, eppure possedeva l’intelligenza, l’apertura mentale e soprattutto la sensibilità per realizzare con questo libro qualcosa di straordinario, che a ben pochi della sua generazione riusciva: guardare al di là di quella demonizzazione che, allora più molto che oggi, marchiava a fuoco la produzione giapponese.
Era il 1994, e il libro di Raffaelli, nella sua parte dedicata al Giappone, ben più che un’analisi, era soprattutto una lunga difesa, sentita e ragionata, dell’animazione giapponese. Un’apologia la cui intensità era indice di quanta fosse (tanta!) l’ostilità da contrastare.
Guardate, diceva Raffaelli: ora vi mostrerò perché i cartoni giapponesi non sono quel male che voi pensate, vi mostrerò perché non sono inutili, stupidi ridicoli, senza un significato o un valore giusto. Perché, invece, di valore possono averne, e tanto.
Il libro si concludeva con queste frasi:
La speranza va oltre: quando i figli dei fanatici dell’ anime giapponese si appassioneranno ai nuovi fantastici eroi (sicuramente violentissimi e pericolosissimi) provenienti da qualche altra parte del mondo, forse i loro genitori saranno capaci di non gridare allo scandalo. E di guardare, conoscere e capire.
Ebbene, se ripassiamo i commenti che ho sopra riportato, la speranza sembra sia stata amaramente disattesa.
Sono commenti a una serie, David Gnomo, non famosissima. Ma è l’esempio limitato di un atteggiamento generale.
È poi vero che, perlomeno tra i fan(atici) di manga e anime, i giudizî sulle novità, anche quelle più spudoratamente commerciali, anche da parte degli spettatori più cresciuti, almeno quelli che non si sono fossilizzati solo sui meravigliosi anime della propria infanzia, i giudizî sulle novità, dicevo, sanno essere più equilibrati.
Ovviamente c’è anche chi trascende: ad esempio ho assistito, in tempi ormai nemmeno più tanto recenti, a spietati fuochi di fila contro le povere Mermaid Melody, o titoli analoghi.
Ma nei siti più specializzati di anime e manga c’è un’inevitabile convivenza tra opposte fazioni e generazioni, e la dialettica dà la possibilità di capirsi a vicenda, anche solo passivamente, e i giudizî più duri necessariamente si smussano.
Però, fuori da questi ambienti, presso il pubblico generico, quello dei trentenni (e oltre) che si parlano solo tra loro e per cui l’animazione è solo quella della propria infanzia e tra il nuovo non può esserci nulla di interessante, in questo pubblico temo proprio che l’atteggiamento dominante, schiacciante sia quello ben rappresentato dagli alfieri della santa inquisizione di David Gnomo amico mio.
E allora mi chiedo: perché?
E qui non mi riferisco più solo all’animazione giapponese. Intendo in generale: perché quest’ostilità (odio è dir troppo?) tra le culture generazionali è la norma?
Sarebbe troppo facile rispondere: perché è così, è una tendenza inevitabile, è la sempiterna guerra tra generazioni, risalente sino ai tempi del rock, o anche della congiura di Catilina.
Sarei anche d’accordo: è fisiologico, e finché non si arriva alle crociate furibonde, non è nemmeno chissà quale dramma.
Però continuo a chiedermi: perché? Anche solo per semplice curiosità… quella di capire le ragioni di un meccanismo che si dà per scontato.
Anche perché non è mica così necessario.
Immaginiamo un bambino, diciamo sui dieci anni. E un adulto, sui o oltre i trenta: il genitore, o non necessariamente.
Il bambino s’appassiona per qualcosa. Un cartone alla tivù. Un videogiuoco. Un film. Un telefilm. O anche, perché no?, un libro. In ogni caso qualcosa di nuovo, nuovissimo, che non c’era quando dieci anni li aveva l’adulto di oggi. Qualcosa che l’adulto non conosce, che funziona in modo diverso, che propone idee diverse, una logica diversa rispetto a quella con cui è cresciuto lui.
Ora l’adulto può reagire in due modi:
1) L’adulto può apprezzare che il bimbo abbia un interesse, abbia trovato qualcosa che lo accenda. Avere una passione è bello. È stimolo di vita, è arricchimento, può innescare la scoperta d’un Mondo interiore e la ricerca di modi con cui mostrarlo agli altri: crescere immersi nella creatività altrui può portare a formarne una propria, e a viverla, e a esprimerla. E se l’oggetto d’interesse del bambino è diverso da quello noto all’adulto, questi può cercare di capirlo, di capirne le ragioni, di condividerlo. Anche l’adulto può (ancora) crescere, imparare nuovi modi di vedere, di pensare, di sentire. Happy end! O se proprio, può lasciare in santa pace il bimbo, che si coltivi i suoi sacrosanti interessi.
2) L’adulto si può chiudere. Può percepire una minaccia in questa passione, in questo interesse. Cosí diverso da quelli che furono i suoi. Lontano. Alieno. Lo può ridicolizzare, disprezzare, denigrare. O, anche, vietarlo, ostracizzarlo. Distruggerlo. Cancellarlo. Negarlo.
La domanda è: quali motivi portano a scegliere il secondo atteggiamento e non il primo?
In parte, per come l’ho descritto, c’è già una larva di risposta.
Ho parlato di minaccia, diversità, lontananza.
C’è della paura.
Paura dell’ergersi di impreviste e improvvise barriere comunicative, perché il bambino va a interessarsi e ad apprendere cose che l’adulto non conosce, non condivide, non capisce.
Paura di perdere il controllo sul bambino, che ora parla una lingua diversa dall’adulto, e che ha scovato un Mondo (per quanto immaginario) da esplorare e vivere autonomamente.
E forse, bassa, oscura e difficile da ammettere, c’è anche un’elementare e primordiale forma di gelosia, quella che con l’ansia di controllo va spesso a braccetto.
Paura del diverso e istinto di potere.
Cito di nuovo Luca Raffelli che in Le anime disegnate si esprime con quella chiarezza e concisione che, ahimé, temo il sottoscritto mai avrà:
Gli adulti non hanno capito questa novità giapponese, e hanno trattato con sufficienza, quando non con disgusto, la passione dei loro figli [...] Di fronte al divieto di vedere i cartoni e all’ingiustizia di vietare ciò che non si conosce solo per partito preso, la reazione non poteva essere che di grande dolore. Chi capiva lo stato d’animo dei ragazzi era il cartone e non l’adulto, e questo, l’adulto, ammesso che se ne sia accorto, non lo ha sopportato.
Un impasto di paura, gelosia, invidia e ansia di controllo.
Eppure, questa spiegazione non è ancora soddisfacente.
Spiega fino a un certo punto. Più che spiegare, descrive. Parla più del come che del perché.
I bambini nutriti cogli anime sono cresciuti, e ormai sono loro a comporre la società, quella che lavora, produce, giudica, decide.
E l’atteggiamento di rigetto istintivo, sbrigativo, a volte anche violento e privo di dialogo, verso le novità che fanno la cultura (e la vita) di bambini e adolescenti, è ancora la norma.
Eppure non è certo una scelta obbligata.
E allora, ancora senza risposta, torno a chiedermi perché, torno a chiedermi il perché della scelta dell’ostilità.
15 domenica apr 2012
Ancora su Barbanera, ancora sulla sua doppia vita.
Un altro un post probabilmente interessevole solo per i lettori di One Piece.
E sicuramente spoileroso per chi non conosce ancora i primi cinquantanove volumi del fumetto: be aware.
Questa volta, però, niente questione traduttorie, ma semplici elucubrazioni sulla questione irrisolta.
Quella della doppia vita di Barbanera, appunto.
È che dopo il post precedente sono tornato a scartabellare siti giapponesi, come già fatto ai tempi della traduzione di One Piece Green, visto che pure i lettori nipponici son rimasti perplessi di fronte a quella frase di Ace.
Tra i giapponesi c’è chi la ritiene un indizio e chi no.
E sul suo significato girano diverse ipotesi (alcune analoghe a quelle formulate per forum italiani).
È leggendo le ipotesi giapponesi che ne ho elaborata una ulteriore. Non so se già altri l’abbiano pensata. Spero di non star rimestando qualcosa di già detto.
In ogni caso la scrivo qui, tanto per aver modo di tornare indietro, quando l’indizio verrà svelato, e vedere se e quanto ci sto azzeccando.
Le ipotesi dei lettori giapponesi, dicevo.
Queste quelle che ho visto girare di più:
- Una questione d’età (concreta): Ace intende soltanto che Barbanera ha il doppio dei suoi anni.
- Una questione d’età (metaforica): Ace intende che Barbanera ha il doppio della sua esperienza.
- Una questione d’età, da un altro punto di vista ancora: Ace si riferisce alla vita media di Barbanera, che sarebbe doppia rispetto a quella normale umana. Qui l’ipotesi, piuttosto fantasiosa, è che Barbanera sarebbe un mezzo gigante! non in senso metaforico, ma di ascendenza. E vivendo i giganti tre secoli, Barbanera vivrebbe così almeno centocinquant’anni. La stazza del pirata testimonierebbe a favore dell’ipotesi. Peccato che già altri personaggi siano parecchio imponenti, e ben più di Barbanera, a cominciare dallo stesso Barbabianca…
- L’ipotesi che ritengo meno verosimile: Barbanera sta vivendo una doppia vita perché, in qualche punto del passato, sarebbe morto e poi risorto!
E ora l’ultima ipotesi, quella da cui son partito io per fare la mia… l’ipotesi è che Ace si riferisca all’uccisione di Satch da parte di Barbanera.
Questa ipotesi parte da un suggerimento intelligente, cioè fare attenzione al contesto in cui la frase viene detta.
Il contesto è questo: Ace ha raggiunto Barbanera dopo averlo seguito ovunque. Barbanera lo saluta come se nulla fosse successo, o facendo finta di.
Ace quindi dice la sua frase della doppia vita, chiosando con “…quindi non può non capire questa situazione.” Ovvero: sai benissimo perché sono qui, e lo sai perché hai una doppia vita.
Esplicitando gli impliciti il senso è: “Barbanera, tu porti sulle tue spalle la vita di Satch, che hai ucciso, e sai benissimo che è per questo io, Ace, ti ho dato la caccia sin qui.”
La “doppia vita” di Barbanera sarebbe un riferimento metaforico all’uccisione di Satch.
Ebbene, mi sono chiesto: e se il riferimento non fosse metaforico?…
La mia ipotesi personale è quindi questa: Barbanera non ha semplicemente ucciso Satch, ma ne ha in qualche modo “assorbito la vita”. Ed è così che, dotato della propria vita e di quella supplementare della vittima, dotato quindi di una “doppia vita”, ha potuto poi, nel volume cinquantanove, assimilare anche i poteri del frutto del diavolo di Barbabianca.
Se questo è vero, sorge un’altra domanda: come ha potuto Barbanera assorbire la vita di Satch? Le possibilità non sono molte: o è stato in virtù di una facoltà che già possedeva (la “struttura anomala” del suo corpo, cui accenna Marco, ancora nel volume cinquantanove), oppure… è stato proprio grazie al frutto dark dark, che dona il potere d’attrarre qualunque cosa. Quest’ultima ipotesi è molto allettante.
Barbanera, quindi, non avrebbe desiderato questo frutto solo per la sua particolare potenza, ma anche perché, utilizzandolo per assorbire la vita di Satch, ciò gli avrebbo permesso in seguito, dotato di una “doppia vita”, di acquisire anche gli enormi poteri del frutto di Barbabianca.
Un piano complesso e di lunga durata che, però, così ben congegnato, si attaglia alla natura e alla psicologia di Barbanera, personaggio che sembra agire a casaccio, ma invece procede per linee calcolate con cura.
Quest’ipotesi, mi rendo conto, ha un punto debole: se è vera, perché Barbanera non ne ha approfittato per assorbire altre vite e, quindi, assimilare altri poteri di altri frutti? Una riposta possibile è: perché, per quanto Barbanera sia fisicamente possente, c’è un limite alla quantità di vite altrui che si possono assorbire. Più di due non riuscirebbe a reggerle. D’altronde questa domanda si porrebbe anche se quella di assorbire vite (o poteri dei frutti) altrui fosse una facoltà originaria, e non derivata essa stessa dal frutto dark dark.
Un’ultima cosa. Alcuni hanno ipotizzato un legame tra la “doppia vita” di Barbanera e la “D.” che, come altri personaggi, porta nel nome.
Personamente non credo le due cose siano relate. Ritengo invece che la “D.” abbia un altro significato, connesso col finale del fumetto stesso, finale che, giunti a questo punto, sospetto si cominci già a indovinare, almeno nelle sue linee più grandi. Cioè, io una mia ipotesi sul finale ce l’ho.
Ma di questo magari ne scriverò un’altra volta…