La doppia vita del pirata Barbanera (reprise)


Ancora su Barbanera, ancora sulla sua doppia vita.
Un altro un post probabilmente interessevole solo per i lettori di One Piece.
E sicuramente spoileroso per chi non conosce ancora i primi cinquantanove volumi del fumetto: be aware.

Questa volta, però, niente questione traduttorie, ma semplici elucubrazioni sulla questione irrisolta.
Quella della doppia vita di Barbanera, appunto.
È che dopo il post precedente sono tornato a scartabellare siti giapponesi, come già fatto ai tempi della traduzione di One Piece Green, visto che pure i lettori nipponici son rimasti perplessi di fronte a quella frase di Ace.
Tra i giapponesi c’è chi la ritiene un indizio e chi no.
E sul suo significato girano diverse ipotesi (alcune analoghe a quelle formulate per forum italiani).
È leggendo le ipotesi giapponesi che ne ho elaborata una ulteriore. Non so se già altri l’abbiano pensata. Spero di non star rimestando qualcosa di già detto.
In ogni caso la scrivo qui, tanto per aver modo di tornare indietro, quando l’indizio verrà svelato, e vedere se e quanto ci sto azzeccando.
Le ipotesi dei lettori giapponesi, dicevo.
Queste quelle che ho visto girare di più:
- Una questione d’età (concreta): Ace intende soltanto che Barbanera ha il doppio dei suoi anni.
- Una questione d’età (metaforica): Ace intende che Barbanera ha il doppio della sua esperienza.
- Una questione d’età, da un altro punto di vista ancora: Ace si riferisce alla vita media di Barbanera, che sarebbe doppia rispetto a quella normale umana. Qui l’ipotesi, piuttosto fantasiosa, è che Barbanera sarebbe un mezzo gigante! non in senso metaforico, ma di ascendenza. E vivendo i giganti tre secoli, Barbanera vivrebbe così almeno centocinquant’anni. La stazza del pirata testimonierebbe a favore dell’ipotesi. Peccato che già altri personaggi siano parecchio imponenti, e ben più di Barbanera, a cominciare dallo stesso Barbabianca…
- L’ipotesi che ritengo meno verosimile: Barbanera sta vivendo una doppia vita perché, in qualche punto del passato, sarebbe morto e poi risorto!

E ora l’ultima ipotesi, quella da cui son partito io per fare la mia… l’ipotesi è che Ace si riferisca all’uccisione di Satch da parte di Barbanera.
Questa ipotesi parte da un suggerimento intelligente, cioè fare attenzione al contesto in cui la frase viene detta.
Il contesto è questo: Ace ha raggiunto Barbanera dopo averlo seguito ovunque. Barbanera lo saluta come se nulla fosse successo, o facendo finta di.
Ace quindi dice la sua frase della doppia vita, chiosando con “…quindi non può non capire questa situazione.” Ovvero: sai benissimo perché sono qui, e lo sai perché hai una doppia vita.
Esplicitando gli impliciti il senso è: “Barbanera, tu porti sulle tue spalle la vita di Satch, che hai ucciso, e sai benissimo che è per questo io, Ace, ti ho dato la caccia sin qui.”
La “doppia vita” di Barbanera sarebbe un riferimento metaforico all’uccisione di Satch.
Ebbene, mi sono chiesto: e se il riferimento non fosse metaforico?…
La mia ipotesi personale è quindi questa: Barbanera non ha semplicemente ucciso Satch, ma ne ha in qualche modo “assorbito la vita”. Ed è così che, dotato della propria vita e di quella supplementare della vittima, dotato quindi di una “doppia vita”, ha potuto poi, nel volume cinquantanove, assimilare anche i poteri del frutto del diavolo di Barbabianca.
Se questo è vero, sorge un’altra domanda: come ha potuto Barbanera assorbire la vita di Satch? Le possibilità non sono molte: o è stato in virtù di una facoltà che già possedeva (la “struttura anomala” del suo corpo, cui accenna Marco, ancora nel volume cinquantanove), oppure… è stato proprio grazie al frutto dark dark, che dona il potere d’attrarre qualunque cosa. Quest’ultima ipotesi è molto allettante.
Barbanera, quindi, non avrebbe desiderato questo frutto solo per la sua particolare potenza, ma anche perché, utilizzandolo per assorbire la vita di Satch, ciò gli avrebbo permesso in seguito, dotato di una “doppia vita”, di acquisire anche gli enormi poteri del frutto di Barbabianca.
Un piano complesso e di lunga durata che, però, così ben congegnato, si attaglia alla natura e alla psicologia di Barbanera, personaggio che sembra agire a casaccio, ma invece procede per linee calcolate con cura.
Quest’ipotesi, mi rendo conto, ha un punto debole: se è vera, perché Barbanera non ne ha approfittato per assorbire altre vite e, quindi, assimilare altri poteri di altri frutti? Una riposta possibile è: perché, per quanto Barbanera sia fisicamente possente, c’è un limite alla quantità di vite altrui che si possono assorbire. Più di due non riuscirebbe a reggerle. D’altronde questa domanda si porrebbe anche se quella di assorbire vite (o poteri dei frutti) altrui fosse una facoltà originaria, e non derivata essa stessa dal frutto dark dark.

Un’ultima cosa. Alcuni hanno ipotizzato un legame tra la “doppia vita” di Barbanera e la “D.” che, come altri personaggi, porta nel nome.
Personamente non credo le due cose siano relate. Ritengo invece che la “D.” abbia un altro significato, connesso col finale del fumetto stesso, finale che, giunti a questo punto, sospetto si cominci già a indovinare, almeno nelle sue linee più grandi. Cioè, io una mia ipotesi sul finale ce l’ho.
Ma di questo magari ne scriverò un’altra volta…

La doppia vita del pirata Barbanera


{ post che temo sarà comprensibile solo ai (e interessante per i) più accaniti lettori di One Piece… }

Ogni tanto… no, in realtà lo faccio spesso: sbirciare di soppiatto nei forum cosa si dice su quel che traduco.

Per alcuni fumetti i commenti si limitano, appunto, al fumetto: m’è piaciuto, non m’è piaciuto, bella storia, orrenda, questo personaggio lo odio, questo lo lovvo, non vedo l’ora di sapere come va a finire, disegni spaziali, lo disegnavo meglio io, ma cosa si fuma l’autore, ecc ecc.
Per altri fumetti, invece, i lettori si producono in esami al microscopio su ogni singola lettera tradotta.
E devo forse dire qual è il fumetto con l’edizione italiana più strettamente sorvegliata dai suoi lettori?…

Assistendo ad alcuni dibattiti mi verrebbe pure voglia di intervenire: a volte vedo discussioni che si aggrovigliano tragicamente quando per sbrogliarle basterebbero solo una o due puntualizzazioni ben assestate da chi ha presente il testo originale.
A volte ho avuto la tentazione di iscrivermi a qualche forum in questione, ma poi ho rinunciato: forse sarebbe presa come una forma d’invadenza spocchiosa e indebita.
Però l’impulso a risolvere certi punti dubbî resta. E un qualche scambio d’informazioni coi lettori va cercato, per ridurre anche di poco la verticalità tra chi produce e chi fruisce; sarebbe comunque utile per tutti e quindi, in ultima istanza, anche per i fumetti che si traducono.
E allora, eccomi a scriverne qui.

Così ne approfitto anche per divagare (tanto per cambiare!), questa volta su una difficoltà tipica del tradurre fumetto su cui mi pare di non avere ancora scritto nulla.
È una difficoltà forse molto sottovalutata, e affligge tipicamente il fumetto nipponico, i cui titoli procedono per serializzazioni di decine e decine (e decine e decine e decine) di volumi.
Questo problema, difatti, non riguarda le opere autoconclusive, quelle in volume unico.
Inoltre finché la storia, anche se lunghissima, è lineare, il problema non si pone più di tanto. Ancor meno se è episodica.
I grattacapi, i grossi grattacapi, cominciano quando la storia non è lineare.
Il problema sono i riferimenti e le allusioni agli eventi futuri, o a tutte quelle parti della storia, passate presenti future, che l’autore si riserva di svelare pian piano, a spizzichi e bocconi, per poi stupire i lettori con rivelazioni e colpi di scena improvvisi ma preparati da indizî sparsi.
Il problema sono gli indizî sparsi nei dialoghi, il problema è come tradurli.
Perché, essendo indizî, sono volutamente ambigui. O meglio, in realtà sono chiari, chiarissimi, ma diventano tali solo dopo, a posteriori, quando il procedere della storia ne rivela quel significato che inizialmente sembrava tanto oscuro, e si torna indietro con illuminato stupore pensando “Ecco cosa voleva dire!”.
Il problema è che per tradurre in maniera sensata questi indizî allusivi bisognerebbe sapere in anticipo a cosa si riferiscono; altrimenti il rischio è di prendere delle enormi cantonate, inconsapevoli per giunta, che emergeranno solo in seguito, quando il senso dell’indizio sarà svelato. E così, tra l’altro, la rete di rimandi che struttura l’opera non lineare, una volta tradotta, risulterà indebolita, e indebolita l’opera stessa, che sulla rete dei rimandi si basa.
Ora, se il fumetto fosse già bello che concluso, basterebbe leggersi in anticipo tutti i volumi e a quel punto procedere a tradurre dal primo. Avere una panoramica completa dell’opera disinnesca tantissimi possibili errori di traduzione (anche quelli non basati sui rimandi). Tradurre volume per volume, uno alla volta e senza sapere nulla o quasi nulla di quelli successivi, a volte è quasi come procedere su un campo minato.
Spesso però, specie quando il fumetto conta decine e decine (e decine e decine e decine) di volumi, manca il tempo materiale per leggerseli tutti prima di attaccare a lavorare quello iniziale.
Oppure è lo stesso editore italiano a non avere tutto il materiale sùbito a disposizione.
Oppure, e anche questo accade spesso, semplicemente la pubblicazione in patria è ancora in corso, e il contesto che darebbe il giusto senso agli indizî esiste ancora soltanto nella mente dell’autore (e forse neanche in quella, se l’autore è uno di quelli che procedono senza pianificare…).
Insomma, dover tradurre procedendo volume per volume, quindi quasi a tastoni, accade più spesso di quanto sarebbe auspicabile.

Passiamo a un esempio concreto che chiarirà cosa intendo. Che poi è di questo che volevo scrivere.
Ovviamente ho in testa One Piece.
Nei mesi scorsi ho tradotto One Piece Green, uno dei databook, pubblicato ormai un mesetto fa.
Il ciccioso volume riporta parecchie vignette tratte dai primi sessanta numeri del fumetto, qui accompagnate da didascalie più o meno esplicative.
Nel tradurre mi era stato detto di confrontare queste vignette coi volumi già pubblicati in italiano e segnalare eventuali discrepanze per poterle, all’occasione, farle correggere.
La vignetta che ho in mente si trova verso la fine del volume 45. In One Piece Green è riportata a pagina 258.
C’è Ace che si rivolge a Barbanera. Nel volume 45 (edizione bianca) la sua frase era stata così tradotta: “Hai girovagato il doppio di uno normale, quindi credo capirai la situazione…”
Secondo me questa traduzione non era corretta. Anche perché, nella didascalia di One Piece Green viene detto chiaramente che questa frase è un indizio riguardante il segreto di Barbanera, cioè la sua inusitata e (per ora) inspiegata capacità di assimilare più di un frutto del diavolo.
Credo che chi abbia tradotto la frase ai tempi del volume 45 sia in larga parte scusabile proprio perché come frase di primo acchito non sembra proprio un indizio. E in fondo è la natura degli indizî, specie quelli più sottili, assumere la maschera della banalità per farsi cogliere solo dai più attenti, o per sfuggire a chiunque e rivelarsi solo in seguito. Ma questo discorso l’ho già fatto più sopra.

L'allusiva allocuzione di Ace a Barbanera

Certo, la frase di Ace, in giapponese, un che di strano ce lo ha. Ma quando si trova una frase che suona strana, la regola vuole che la si interpreti e traduca nel senso più semplice e normale, cioè quello più probabile, non in quello più particolare e improbabile, senza quindi ipotizzare astrusi significati nascosti.
Però… c’è un però. Nella frase di Ace alcune parole sono affiancate da dei puntini: questi puntini sono la versione giapponese della sottolineatura. E sono un segnale, con cui l’autore dice: attenzione!, questa è una frase particolare, non è come le altre, contiene dei sottintesi… anzi, probabilmente è un indizio.
E difatti questa frase lo è, come poi chiarito in One Piece Green.
Quindi va tradotta con la massima accortezza. Da una parte si deve cercare di mantenere la massima aderenza al significato originale e riprodurlo, per quanto questo significato possa sembrare strano: sarà il proseguio della storia, si auspica, a illuminarlo. Dall’altra, per quanto possibile, è meglio scegliere una traduzione che non sia troppo precisa, ma ampia e comprensiva, in modo da salvaguardarsi da possibili contraddizioni con le rivelazioni a venire. Sperando di far tutto per bene, perché in casi del genere non si possono avere certezze.

Scendendo nei dettagli
Riporto qui la frase in giapponese (la parte in grassetto è quella evidenziata in originale):

人の倍の人生を歩んでるお前がこの状況を理解できんわけがねェ
hito no bai no jinsei o ayunderu omae ga kono jōkyō o rikai dekin wake ga nee

Credo che l’inghippo, nella vecchia traduzione di questa frase, stia in due punti.
Intanto il tempo del verbo. Era stato tradotto al passato (“hai girovagato”). Ora, è vero che da questo punto di vista il giapponese è spesso ingannevole. Senza perdermi in ulteriori minuzie tecniche, basti sapere che per un italiano non è sempre così immediato se il giapponese sta parlando di un’azione conclusa o in corso. Chi sa un po’ di giapponese capirà benissimo a cosa mi riferisco.
Bene, personalmente ritengo che in questo caso la frase indica un’azione in corso, cioè un’azione presente.
Secondo punto. È usato un verbo che significa “camminare”, “percorrere” (quindi, a volere, anche “girovagare”), ma qui secondo me ha un significato metaforico. Che, tra l’altro, esiste anche in italiano: letteralmente l’espressione usata da Ace significa “percorrere la propria vita”, “trascorrere la propria vita”, cioè, più brevemente “vivere”.
Su un forum ho letto una sorta di interpretazione deflattiva: Ace intende semplicemente che Barbanera la sa lunga, perché ha vissuto il doppio dei suoi anni, ha il doppio di esperienza. Questa interpretazione secondo me non funziona intanto perché la frase non indica un evento passato, ma in corso, in secondo luogo perché Ace non fa un confronto tra la propria vita e quella di Barbanera, ma tra quest’ultima e quella della gente in genere, ma infine e soprattutto perché la frase in originale è evidenziata dai famosi puntini, cioè non è una frase come le altre, non può essere interpretata in senso comune e banale, ma è una frase che nasconde qualcosa.
E se si pensa alla particolare facoltà di Barbanera, cioè di assimilare e detenere al contempo i poteri di due frutti del diavolo, un senso, per quanto ancora opaco, la frase comincia ad assumerlo.
Ovvero, se un individuo può acquisire i poteri di un solo frutto del diavolo, Barbanera ne può ottenere due in quanto individuo “doppio”, in quanto, in qualche modo, dotato non di una vita sola, ma di due vite contemporaneamente.
Che Barbanera possa assimilare due frutti del diavolo, nel volume 45, ovviamente era ancora del tutto ignoto, almeno per il lettore. Lo si sarebbe appreso ben quattordici volumi dopo.
Ma quale sia il senso preciso della “doppia vita” di Barbanera, e da dove provenga la sua facoltà, questo per ora resta avvolto nell’oscurità, e nemmeno si può ipotizzare quanto si dovrà attendere per saperne qualcosa di più.

Traducendo “The Five Star Stories” (8)


I lettori più attenti forse avevano intuito qualcosa sin dal primissimo volume pubblicato in Italia (nell’ormai lontano 2010). A pagina 196, nello schema delle stelle e dei pianeti si potevano notare alcuni nomi molto diversi da quelli, così alieni, degli altri astri… nomi poco giapponesi e poco fantastici, molto familiari a chi ha studî liceali alle spalle: Lenitas, Frigus, Vacuum, Virtus, Distensio e così via…
Chi non conosceva gli originali avrà pensato si trattasse comunque di una scelta dell’autore.
E invece no, perché nei volumi giapponesi questi nomi, al suono e alla vista, erano ben diversi da quelli della nostra edizione. In italiano avevano passato il filtro dell’adattamento, un adattamento, in questo caso, piuttosto deciso.

The Five Star Stories vol. VIIII
(il testo è cinese, non giapponese)

I nomi latinizzati sono quelli degli Astri Vaganti di Stantt.
Un sistema stellare avvolto nell’oscurità (non solo metaforicamente), di cui qualcosa si vede finalmente solo nel volume VIIII, l’ultimo per ora pubblicato in lingua italiana.
Volume VIIII in cui entrano in scena personaggi, provenienti dalle profondità del passato, e legati proprio agli Astri Vaganti di Stantt, personaggi che in originale parlerebbero… in cinese.

Personaggi che in un fumetto giapponese parlano in cinese.
Cosa fare in italiano?

Ci sono diverse opzioni, in ordine di allontanamento crescente dall’originale e di maggior intervento d’adattamento:
1) Lasciare il testo così come appare in originale: il cinese resta cinese.
2) Trascrivere il cinese in caratteri latini, secondo le regole di trascrizione del cinese.
3) Trascrivere il cinese in caratteri latini, ma come lo leggerebbe un giapponese. Qui è necessaria una divagazione. I giapponesi hanno una pronuncia propria dei caratteri cinesi, che è molto distante da quella cinese, e che si applica direttamente anche ai nomi cinesi. Casomai servisse ancora farlo, sottolineo che giapponese e cinese, come lingue (nel suono e nella grammatica) sono molto molto distanti, almeno quanto italiano e arabo. Poi la scrittura giapponese deriva da quella cinese, ma è un altro discorso. In ogni caso, per intendersi, se la città di Hong Kong in giapponese diventa Hon Kon, Mao Zedong invece, pur scrivendosi più o meno identico, in Giappone è chiamato Mō Takutō… per un italiano è praticamente irriconoscibile. Non so quanto la cosa sia effettivamente diffusa, ma mi pare di aver notato, di tanto in tanto, in alcuni fumetti giapponesi pubblicati in Italia, nomi di cose e personaggi palesemente cinesi trascritti “alla giapponese”. In teoria, invece, in questi casi si dovrebbe avere la pazienza di ricostruire l’effettiva pronuncia cinese e, in italiano, usare quella…
{ tutte e tre le opzioni precedenti ovviamente possono essere accompagnate o meno dal testo tradotto in italiano a piè di vignetta }
4) Tradurre direttamente in italiano. Anche qui ci sono diverse sottopzioni: tradurre in un italiano “aulico” o che comunque suoni differente dal resto del testo; segnalare in nota che l’originale era in cinese e non in giapponese; non segnalare nulla e cancellare così ogni differenza presente nell’originale.
Queste quattro opzioni sono, secondo me, quelle considerabili quando il cinese è usato in uno scenario realistico, ancor più se contemporaneo, in cui dunque, dal punto di vista del lettore giapponese, il cinese parlato dai personaggi è il cinese così come viene usato nel cosiddetto mondo reale.
The Five Star Stories però ha un’ambientazione palesemente immaginaria, pur se costituita riassemblando in libertà varie componenti del nostro mondo abituale.
Quindi rende possibile un’ulteriore ardita opzione:
5) Sostituire il cinese con qualcosa di funzionalmente analogo, che produca nel lettore italiano ciò che il cinese produce in quello giapponese.
Ora, quali sono le caratteristiche del cinese rispetto alla cultura e alla storia e alla lingua del Giappone?
- Al lettore giapponese il cinese scritto (a differenza di quello parlato) concede un minimo di comprensibilità. Ma giusto un minimo. È possibile capire l’argomento. È possibile afferrare, con un certo grado di incertezza, il senso di alcune frasi. Si intuisce il significato di alcuni termini, magari sbagliando, perché la semantica dei caratteri non è proprio la stessa. Il resto è oscuro. È come se il significato fosse sempre lì lì sul punto d’emergere dai caratteri del testo e palesarsi nella sua intierezza, ma poi si dileguasse beffardo al tentativo focalizzato d’afferrarlo e riconoscerlo.
- In Giappone il cinese, specie quello scritto, è la lingua della cultura antica, della cultura ufficiale, del sapere dotto, delle istituzioni politiche, la lingua del potere, nonché la lingua della civiltà imperiale per eccellenza che ha dominato secolarmente l’Asia Orientale.
Ebbene, nella percezione dell’italiano il latino occupa un posto sorprendentemente simile.
Il latino è la lingua della civiltà che in passato dominò l’Europa, è stata secolarmente la lingua della cultura alta, del sapere dotto, delle istituzioni, della filosofia, la lingua del potere.
E linguisticamente un italiano, di fronte al testo latino, riconosce qua e là qualche parola, o crede di riconoscerla se il significato è mutato, a volte forse può riuscire a ipotizzare il senso di qualche frase, a capire di cosa si parla, ma il senso completo e preciso (a meno che il latino non lo stia studiando) gli sfuggirà.
Ovviamente, come ho già segnalato, questa sostituzione del cinese col latino è un intervento non da poco, reso lecito solo dalla particolare ambientazione di The Five Star Stories. Anche questo l’ho già detto: sarebbe assolutamente da evitare in uno scenario realistico e contemporaneo. E la troverei sconsigliabile anche in un’ambientazione fantastica, se dotata di tratti chiaramente e integralmente asiatici; sempre che non sia di genere umoristico: l’umorismo libera il traduttore da tanti vincoli che altrimenti sarebbero da rispettare rigidamente, anzi, forse esige proprio che siano infranti, pena l’impossibilità di rigenerare un testo che sia effettivamente umoristico.

Il tempo del risveglio


noêin:02

Come ogni notte nei palazzi di Numenopoli ci si prepara al convivio. Nel salone delle quaranta colonne, il Principe Splendente Noêin e i suoi pari si dilettano nel raccontare e commentare storie…

Come ogni anno in quel di Mantova ci si preparara alla fiera del fumetto. E la rivista/libro noêin, ormai al suo terzo appuntamento, si diletterà nel raccontare e commentare storie…
Non inganni il numero in copertina: noêin:02, di prossima uscita, è stata preceduta da noêin:00 (nel 2010) e noêin:01 (nel 2011). Questo sarà il suo terzo appuntamento editoriale, non il secondo.
Prodotto dell’elusivo gruppo nachbummler, noêin ci guida ogni anno, con tempi distesi ma gradita puntualità, nella città di Numenopoli, fin nel salone delle quaranta colonne, là ove si muovono, sogni dentro sogni, quattro personaggi: Noêin, il Principe Splendente; Nôus, la Principessa della Luce; il fido Giullare; e infine il ferrigno Adamante. Quattro personaggi che raccontano visioni, immagini e storie e che tramite queste storie, immagini e visioni intanto raccontano di sé, e forse anche d’altro.

Orbene, quest’anno il fido Giullare ha voluto giocare uno scherzo che mai mi sarei aspettato. Non so se all’indirizzo mio, o dei lettori, o degli autori di noêin. Non so se con intento benevolo o maligno; o forse semplicemente giocoso.
Fatto sta che, con artifizî che temo mai saranno svelati, il Giullare s’è introdotto là dove conservo, ben nascosti, scritti che avrei davvero preferito non mostrare al Mondo!
Se son nascosti un motivo c’è. Non perché contengano chissà quali intimi segreti, ma solo perché la loro qualità, bassa, non credo li faccia degni d’attenzione o lettura d’un eventuale pubblico. Ma il Giullare, a quanto pare, questi pudori li ignora; o li deride.
È così che ha trafugato, a mia insaputa, una piccola storia dal mio archivio, della cui narrazione far omaggio al principe Noêin, e alla principessa Nôus, e al silenzioso Adamante; e poi a tutti coloro che, tramite le pagine di noêin:02, vorranno leggerla e ascoltarla.

Il prossimo volume di noêin, conterrà anche un mio racconto. Illustrato (non da me).
Sempre se vogliamo definirlo così: racconto. Forse è più un bozzetto, un lampo d’immagine, una scaglia frammentata di qualcosa che, magari, un giorno, prenderà vita in un corpo più ampio, e organico.
Il racconto ha come titolo Il Risveglio della Pietra, e comincia così:

    A volte è un soffio di luce gialla di Luna nelle notti più fredde, a volte un’ombra di vento vagante sulle grandi pianure lanose
    o forse non è nulla
    è un’imponderabile impercettibile crepa che sboccia e s’allarga, è semplicemente il Tempo che è giunto, che accende la grande tempesta, che esige che accada ciò che deve accadere
    che dà il via alla fine, che dà il via alla corsa.
    E il Trinoceronte allora corre e corre sulle grandi pianure lanose, perché non può fare altro, perché è tutto quello che gli resta da fare.

Il resto lo troverete e, spero, lo leggerete, dentro a noêin:02.
Noêin:02 lo troverete, insieme coi due volumi precedenti, nel sito dedicato; o, per chi sarà presente, in vendita alla Fiera del Fumetto di Mantova 2012.

Uno dei mali del fumetto italiano?


Ormai più d’un mesetto fa esce su Lo spazio bianco un pezzo che elenca (cito il titolo) 11 “cose” che fanno male al fumetto in Italia.
Pezzo che sarebbe occasione per una considerazione molto generale, che però preferisco lasciare da parte per un (eventuale) altro post.
Qui invece scrivo due o tre cose sul secondo “male”, che poi riguarda il mio campo: la traduzione (ma dài).

Il secondo male viene così titolato: Affidarsi a traduttori inesperti, o disattenti, o poco motivati, o…
Si concentra soprattutto sul lato “italiano” della traduzione, che poi è quello relativo all’adattamento. E, almeno per le traduzioni dal giapponese, nella stragrande maggioranza dei casi, traduzione e adattamento sono separati, affidati a due persone diverse.
Io qui voglio spendere due parole proprio sul lato della traduzione.
Ebbene, com’è messa, attualmente e in media, la qualità delle traduzioni di fumetti dal giapponese in Italia?
Per rispondere senza andare troppo a naso (le risposte a naso possono essere d’effetto ma poco proficue) si possono provare due strade.
La prima strada darebbe i risultati più certi, ma è poco praticabile. Richiederebbe fatica, tempo e risorse. Perché bisognerebbe prendersi un bel po’ di volumi editi… sicuramente più della metà. Un campione molto ampio. E che comprenda ogni editore: sia mai che concentrandosi su uno o due si becchi putacaso solo quelli che lavorano al meglio. O al peggio.
Poi bisognerebbe prendere gli originali. E quindi lanciarsi in un confronto serrato, pagina per pagina. E a quel punto si potrebbero trarre delle somme.
Invece, una lettura occasionale ma di fumetti già tradotti in cui ogni tanto si intuisce che, al di sotto del testo italiano, c’è qualcosa che non ha funzionato durante la traduzione, una lettura occasionale del genere e privadi confronti con l’originale, non è granché significativa per fare valutazioni generali.

La seconda strada invece dice già di più.
Si tratta di vedere come i traduttori dal giapponese vengono selezionati dagli editori. In base a quali qualifiche. E qui cascano un po’ di asini.
Selezioni, per così dire, disinvolte, o addirittura di non-selezioni si verificano non poche volte: il traduttore scelto perché è stato qualche mese in Giappone; o perché ha la ragazza giapponese; o perché dice lui di sapere il giapponese, e io editore mi fido, ed è mio amico, e mica gli posso dire di no!
Si dirà che l’editore rigoroso può ricorrere a un’ovvia soluzione, quella di far fare una prova all’aspirante.
Purtroppo qui sorge un altro problema, indipendente anche dalla buona volontà dell’editore.
Il giapponese non è l’inglese. Vale sempre tenerlo a mente.
Nonostante tutto l’inglese è sufficientemente noto in Italia, specie tra persone di media cultura. Voglio dire, non occorrono enormi conoscenze per valutare se il traduttore dall’inglese ha le competenze necessarie per fare non dico un lavoro d’alta accademia, ma un buon lavoro, un lavoro al di sopra del minimo accettabile, senza cascare in svarioni classici ma tremendi tipo tradurre scalpel con “scalpello”, annoying con “noioso” o eventually con “eventualmente”. In alternativa non è così arduo avere a portata di mano più di una persona con conoscenze d’inglese tali da valutare la prova dell’aspirante, e dare un parere.
Ma col giapponese?… Solitamente l’aspirante fa la prova e l’editore la passa a un traduttore interno, il quale fa la sua valutazione. Ma chi garantisce per il traduttore interno? L’editore deve fidarsi ciecamente di quest’ultimo, e sperare di aver fatto bene a sceglierlo a suo tempo. Perché per l’editore, e ancora per quasi tutti, il testo originale giapponese resta solo un ammasso di segni pittoreschi ma incomprensibili.
Qualcuno chiederà: ma non basta prendere chi ha completato la laurea in giapponese? Dopotutto, terminare l’università significa sapere il giapponese!
Sbagliatissimo! Spiegare perché sarebbe molto lungo, ma è un fatto che, attualmente, terminare cinque anni d’università non garantisce nulla sulla conoscenza della lingua. Una cosa è imparare a superare tutti gli esami di lingua giapponese, anche con un buon profitto, un’altra cosa è a imparare la lingua giapponese a un livello sufficiente da fare delle buone traduzioni. Sad but true.

In realtà un modo per valutare il livello di conoscenza del giapponese esiste, un modo diverso dalla laurea universitaria, o da sistemi assai spannometrici tipo “sono stato un anno a Tōkyō” o “sto assieme a un/a giapponese da due anni”.
Questo metodo ha un nome: nihongo nōryoku shiken, noto anche come Japanese Language Proficiency Test. È un test riconosciuto internazionalmente, probabilmente il più noto in àmbito giapponese. Criticabile su molti fronti (ad esempio valuta solo le competenze passive e non quelle attive), garantisce tuttavia una misura affidabile delle capacità di comprendere come si deve testi giapponesi varî e complessi, e di livello ben più alto di quelli che s’affrontano nell’àmbito dello studio universitario.
Ebbene, su questo dovrebbe basarsi un editore in cerca di un traduttore dal giapponese, e intenzionato a trovarne uno valido.
E potrebbe affidare in tutta sicurezza il lavoro traduttorio a chi ha superato il primo livello, il più alto.
Con cautela potrebbe affidarlo anche a chi ha superato il secondo livello, ma solo con un punteggio sufficientemente alto, non certo a pelo dalla “bocciatura”.

Ebbene, se si volesse sapere qual è, attualmente e in media, la qualità delle traduzioni di fumetti dal giapponese in Italia, si dovrebbe guardare quanti traduttori attivi hanno superato quali livelli del test summenzionato.
Ovviamente questo restando nell’àmbito specifico della traduzione.
L’adattamento, specie nel caso del giapponese, richiederebbe un altro lungo discorso…

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