I lettori più attenti forse avevano intuito qualcosa sin dal primissimo volume pubblicato in Italia (nell’ormai lontano 2010). A pagina 196, nello schema delle stelle e dei pianeti si potevano notare alcuni nomi molto diversi da quelli, così alieni, degli altri astri… nomi poco giapponesi e poco fantastici, molto familiari a chi ha studî liceali alle spalle: Lenitas, Frigus, Vacuum, Virtus, Distensio e così via…
Chi non conosceva gli originali avrà pensato si trattasse comunque di una scelta dell’autore.
E invece no, perché nei volumi giapponesi questi nomi, al suono e alla vista, erano ben diversi da quelli della nostra edizione. In italiano avevano passato il filtro dell’adattamento, un adattamento, in questo caso, piuttosto deciso.

The Five Star Stories vol. VIIII
(il testo è cinese, non giapponese)

I nomi latinizzati sono quelli degli Astri Vaganti di Stantt.
Un sistema stellare avvolto nell’oscurità (non solo metaforicamente), di cui qualcosa si vede finalmente solo nel volume VIIII, l’ultimo per ora pubblicato in lingua italiana.
Volume VIIII in cui entrano in scena personaggi, provenienti dalle profondità del passato, e legati proprio agli Astri Vaganti di Stantt, personaggi che in originale parlerebbero… in cinese.

Personaggi che in un fumetto giapponese parlano in cinese.
Cosa fare in italiano?

Ci sono diverse opzioni, in ordine di allontanamento crescente dall’originale e di maggior intervento d’adattamento:
1) Lasciare il testo così come appare in originale: il cinese resta cinese.
2) Trascrivere il cinese in caratteri latini, secondo le regole di trascrizione del cinese.
3) Trascrivere il cinese in caratteri latini, ma come lo leggerebbe un giapponese. Qui è necessaria una divagazione. I giapponesi hanno una pronuncia propria dei caratteri cinesi, che è molto distante da quella cinese, e che si applica direttamente anche ai nomi cinesi. Casomai servisse ancora farlo, sottolineo che giapponese e cinese, come lingue (nel suono e nella grammatica) sono molto molto distanti, almeno quanto italiano e arabo. Poi la scrittura giapponese deriva da quella cinese, ma è un altro discorso. In ogni caso, per intendersi, se la città di Hong Kong in giapponese diventa Hon Kon, Mao Zedong invece, pur scrivendosi più o meno identico, in Giappone è chiamato Mō Takutō… per un italiano è praticamente irriconoscibile. Non so quanto la cosa sia effettivamente diffusa, ma mi pare di aver notato, di tanto in tanto, in alcuni fumetti giapponesi pubblicati in Italia, nomi di cose e personaggi palesemente cinesi trascritti “alla giapponese”. In teoria, invece, in questi casi si dovrebbe avere la pazienza di ricostruire l’effettiva pronuncia cinese e, in italiano, usare quella…
{ tutte e tre le opzioni precedenti ovviamente possono essere accompagnate o meno dal testo tradotto in italiano a piè di vignetta }
4) Tradurre direttamente in italiano. Anche qui ci sono diverse sottopzioni: tradurre in un italiano “aulico” o che comunque suoni differente dal resto del testo; segnalare in nota che l’originale era in cinese e non in giapponese; non segnalare nulla e cancellare così ogni differenza presente nell’originale.
Queste quattro opzioni sono, secondo me, quelle considerabili quando il cinese è usato in uno scenario realistico, ancor più se contemporaneo, in cui dunque, dal punto di vista del lettore giapponese, il cinese parlato dai personaggi è il cinese così come viene usato nel cosiddetto mondo reale.
The Five Star Stories però ha un’ambientazione palesemente immaginaria, pur se costituita riassemblando in libertà varie componenti del nostro mondo abituale.
Quindi rende possibile un’ulteriore ardita opzione:
5) Sostituire il cinese con qualcosa di funzionalmente analogo, che produca nel lettore italiano ciò che il cinese produce in quello giapponese.
Ora, quali sono le caratteristiche del cinese rispetto alla cultura e alla storia e alla lingua del Giappone?
– Al lettore giapponese il cinese scritto (a differenza di quello parlato) concede un minimo di comprensibilità. Ma giusto un minimo. È possibile capire l’argomento. È possibile afferrare, con un certo grado di incertezza, il senso di alcune frasi. Si intuisce il significato di alcuni termini, magari sbagliando, perché la semantica dei caratteri non è proprio la stessa. Il resto è oscuro. È come se il significato fosse sempre lì lì sul punto d’emergere dai caratteri del testo e palesarsi nella sua intierezza, ma poi si dileguasse beffardo al tentativo focalizzato d’afferrarlo e riconoscerlo.
– In Giappone il cinese, specie quello scritto, è la lingua della cultura antica, della cultura ufficiale, del sapere dotto, delle istituzioni politiche, la lingua del potere, nonché la lingua della civiltà imperiale per eccellenza che ha dominato secolarmente l’Asia Orientale.
Ebbene, nella percezione dell’italiano il latino occupa un posto sorprendentemente simile.
Il latino è la lingua della civiltà che in passato dominò l’Europa, è stata secolarmente la lingua della cultura alta, del sapere dotto, delle istituzioni, della filosofia, la lingua del potere.
E linguisticamente un italiano, di fronte al testo latino, riconosce qua e là qualche parola, o crede di riconoscerla se il significato è mutato, a volte forse può riuscire a ipotizzare il senso di qualche frase, a capire di cosa si parla, ma il senso completo e preciso (a meno che il latino non lo stia studiando) gli sfuggirà.
Ovviamente, come ho già segnalato, questa sostituzione del cinese col latino è un intervento non da poco, reso lecito solo dalla particolare ambientazione di The Five Star Stories. Anche questo l’ho già detto: sarebbe assolutamente da evitare in uno scenario realistico e contemporaneo. E la troverei sconsigliabile anche in un’ambientazione fantastica, se dotata di tratti chiaramente e integralmente asiatici; sempre che non sia di genere umoristico: l’umorismo libera il traduttore da tanti vincoli che altrimenti sarebbero da rispettare rigidamente, anzi, forse esige proprio che siano infranti, pena l’impossibilità di rigenerare un testo che sia effettivamente umoristico.

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