A inizio mese ho avuto il piacere di vedere al cinema Ghost in the Shell – Arise nell’edizione italiana. Doppiato in italiano. Tradotto in italiano.
L’unico altro Ghost in the Shell che ho visto anche in italiano e che in italiano ho ben presente è il primo glorioso lungometraggio, quello del 1995, quello girato da Oshii Mamoru. Per la precisione: arrivato (e tradotto) in italiano tramite l’edizione americana.
Sarà forse anche per questo che la differenza tra i due risalta ancor più forte. Non parlo solo del doppiaggio, delle voci. Mi riferisco ad altro.
Agli improperî. Al torpiloquio. Alle parolacce.
Non si può certo dimenticare, in Ghost in the Shell il film, quello del 1995, l’attimo in cui Batō si pregia d’apostrofare un ricercato come “stupida testa di cazzo”. E qui si fa forte il sospetto dell’influsso della traduzione U.S.A.
In Arise, invece: stessa ambientazione, stessi personaggi, stesso Mondo cinico, cupo e viulento; ma volano al massimo dei “maledetto” o un assai letterario “che tu sia dannata”.
Non è certo l’unico prodotto giapponese che, giunto in Italia, vede i personaggi insultarsi a suon di “maledetto”, “dannato”, “dannato”, “maledetto”, “maledetto”, “dannato” e poco più.

Le parolacce!
Ecco, parliamo delle parolacce in traduzione.
O delle parolacce nelle edizioni italiane.
Non sono la stessa cosa. Traduzione ed edizione. La seconda vuole la mediazione, appunto, di un editore. Con le sue scelte e le sue politiche. Che non sempre si accordano alle scelte di chi traduce.
Sulla questione delle parolacce il triangolo in gioco è il solito, coi suoi tre vertici:
– Il lavoro del traduttore sul testo.
– Le politiche commerciali dell’editore.
– Le sensibilità e le esigenze dei singoli fruitori (lettori e spettatori).
Sugli editori, be’, è cosa nota che alcuni d’essi hanno una politica molto precisa sulla parolacce: non vanno messe; non devono esserci; non possono comparire. A prescindere dal testo d’origine.
Altri editori hanno un approccio più lasco. Più rispettoso dell’originale, si potrebbe dire.
I motivi dell’antiparolaccismo non sono difficili da immaginare: non tanto l’eventuale pruderie dei padroni del vapore, quanto la necessità di garantirsi un accesso a un pubblico ampio, più ampio possibile.
I film hanno i rating per fasce d’età, e le brutte parole ci giocano un ruolo.
Da questo punto di vista è netta la differenza tra prodotto video e prodotto cartaceo. Commercialmente il fumetto può permettersi più turpiloquio del prodotto video.

E traduttologicamente? Cioè, stando ai soli testi e facendo finta non esistano logiche e necessità di vendita?
Ecco, qui c’è un punto da chiarire.
Ogni tanto salta fuori chi ritiene e sostiene che “in giapponese non esistono le parolacce”, o comunque “il giapponese ne ha meno dell’italiano”.
Ma ne siamo sicuri?
Tutto dipende da come si interpreta il fenomeno del turpiloquio.
La parolaccia non è necessariamente il riferimento genitale o scatologico.
O meglio: lo è sicuramente in italiano; ma non è detto che la semantica del parlar offensivo sia equivalente in altre lingue. Anzi, sarebbe ben strano il contrario, specie parlando di lingue distanti dalla nostra, dove l’intero sistema della lingua è organizzato in maniera altra.
Proviamo piuttosto a interpretare la parolaccia in senso ampio: come il parlar offensivo, il ricorso a termini o forme interdetti, quali che siano.
Ogni lingua ha i suoi interdetti che, se violati, causano ed esprimono offesa, e il giapponese non è da meno, poco importa se questi pescano da aree diverse che non gli organi sessuali o le escrezioni corporee.
E l’offensività va resa in traduzione.
Il giapponese, per esprimerla, fa ricorso, tra il resto, ai suoi numerosi pronomi di seconda persona o alle particelle di fine frase. Tutte cose in apparenza “non traducibili” in italiano.
L’italiano fa ricorse alle nostre care, vecchie, parolacce.
Le seconde equivalgono ai primi.
Ci sono pronomi e particelle che un bravo giapponese non userebbe mai nei confronti del capufficio (perlomeno non quando è presente…).
Se le usa significa che sta offendendo. L’offesa va tradotta in italiano. In italiano si offende tramite le parolacce. In traduzione vanno quindi usate le parolacce.
Operare la trasposizione è ovviamente un lavoro delicato.
Un lavoro delicato perché manca la corrispondenza precisa da parola a parola. Si tratta, ad esempio, di esprimere con termini italiani, quindi lavorando sul lessico, quel che il giapponese esprime tramite la morfologia, ad esempio con le particelle di fine frase.

Le parolacce in traduzione ci possono stare. A volte sono necessarie. Difficile però quantificare a priori le dosi e dare regole generali.
Confesso che l’uscita di Batō in Ghost in the Shell (quello del 1995, quello con la “stupida testa di cazzo”) l’ho sempre trovata un po’ stonata. Ma forse contribuiva anche il doppiaggio italiano, con le sue intonazioni di stampo molto americano: appunto, l’influsso della versione U.S.A. Chi ha ascoltato la voce di Motoko in originale e poi in italiano può capire cosa intendo.

E parlando di parolacce, la sensibilità dei fruitori diverge assai.
Conosco individui che vanno in un infantile brodo di giuggiole non appena vedono il loro anime o manga preferito costellato di espressioni da scaricatore di porto, meglio ancora se politicamente scorrette.
Conosco altri individui che si dicon disturbati o infastiditi dal dover leggere espletivi volgari, anche se leggeri.
Da persona che traduce non posso che ribadire quanto già scritto sopra: parolacce sì, ma con misura, per quanto una misura, in questo caso, sia difficile a calibrarsi.

Ma sarebbe interessante se, tra lettori e spettatori, si potesse sentire qualche opinione in merito. Anche perché la questione mi sembra sia di rado dibattuta.

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