L’ombra


Ecco, questo è uno dei motivi per cui il blog è rimasto da non so quanto sostanzialmente fermo.
In pratica, l’anno scorso avrei dovuto scrivere una cosa breve che sarebbe dovuta finire su una pubblicazione cartacea.
Si notino i condizionali.
E appunto, quando stavo già scrivendo mi viene detto che, no, non se ne farà nulla. Ok.
I condizionali diventano indicativi e negativi.
E vabbe’. A questo punto decido comunque di portare avanti la cosa per conto mio. Insomma, avevo già cominciato, e allora proseguiamo.
Proseguo.
In teoria a fine ottobre o giù di lì (ottobre 2013) stavo per concludere questo mio lavoretto. Più o meno. Solo che mi arriva una montagna di lavoro, che blocca tutto sino a gennaio. E dopo gennaio, be’, son successe altre cose che mi hanno fatto rimandare ulteriormente.
E così si giunge ai giorni nostri (marzo 2014). Per la precisione a ieri, quando termino la cosa e finalmente la immetto in rete, a disposizione dell’Universo Mondo.

CopertinaOmbra2014_03_04

L’ombra

In pratica, ho scritto una specie di racconto fantasy.
Una venticinquina di pagine. Sei mesi per scrivere venticinque pagine sono un po’ tanti. Forse troppi. Credo che gente come Stephen King vada un pochino più veloce. Un pochino. E magari produca qualità migliore della mia. Oddìo, a me Stephen King manco è mai piaciuto troppo, però, sì, sicuramente quello che scrivo io vale molto molto meno al confronto. Molto molto. Forse non dovrei neanche osarli, ‘sti confronti.
A dire il vero non so nemmeno se ho prodotto qualcosa di valido o meno, a prescindere da confronti con mostri sacri o profani.
Cioè, no, lo dico chiaramente: in questa mia cosa ci sono dei passaggi che trovo orrendi e richiederebbero ulteriore lavoro, ma non posso certo passare altri sei mesi su venticinque pagine di racconto fantasy. No?
Più precisamente: una specie di racconto fantasy. Una specie di fantasy. Perché non è proprio fantasy-fantasy, è… be’, ma chi lo leggerà si farà le sue idee su come incasellarlo.

Ora che son qui a scrivere queste righe il racconto dovrebbe essere disponibile in forma gratuita.
Ho deciso di metterlo gratis per cinque giorni dall’uscita: i servizî amazon me lo permettono. L’avrei tenuto gratis più a lungo, anche un mese, ma se non ho capito male più di cinque giorni non puotesi.
Quindi, ribadisco, casomai non fosse chiaro: fino al 14 marzo il racconto è scaricabile gratis. Prendete e leggetene tutti.
Non ci ho neanche messo il DRM.
Di seguito rimarrà al prezzo minore che ho potuto mettere, ovvero 0,89€.

Mi sembra non ci sia altro.
Buona (?) lettura, dunque.

Ah, dimenticavo: si intitola L’ombra! Ma tanto c’è già l’immagine di copertina più su.
Piuttosto che ribadire l’ovvio, forse è più utile aggiungere un link dove trovarlo… Anche se forse sarebbe più astuto metterlo a inizio testo: chi vuoi che legga fino a qui? Ok, lo aggiungo anche in cima in cima. Giusto all’inizio.

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Kaido & Co.


{ attenzione: il post è lievemente spoileroso rispetto al volume 70 di ONE PIECE }

L’ho già scritto tante volte, ci torno di nuovo sopra.
Il problema di dover tradurre un fumetto volume per volume, specie quando la storia è complessa e composta di rimandi e indizî cumulantisi.
È un grosso problema. Se ci torno è perché continua a sembrarmi lo si sottovaluti.
È un caso particolare del più generale problema della dipendenza dal contesto.
Ho l’impressione che chi non ha pratica di traduzione sia spesso convinto che il significato stia interamente nel testo, nella frase, se non nella singola parola, e il contesto non esista.
Ti presentano la frase priva di contesto e ti chiedono: “Cosa significa?”
Il testo senza contesto è spesso irriducibilmente ambiguo, e ovviamente le ambiguità non sono isomorfe tra lingue diverse. La traduzione non può essere decisa senza il contesto.
Gli esempî classici sono noti: “La paura del nemico era grande”, “una vecchia porta la sbarra”…
Tra l’altro questi sono i limiti contro cui sbattono tutti i traduttori automatici.

Quando si traduce, più contesto si ha e meglio è.
Ma se il contesto è rinviato a capitoli e volumi successivi, quelli ancora dentro la testa dell’autore?

Ad esempio è quello che succede nel volume 70 di ONE PIECE.
In una vignetta viene nominato un certo Jakku (ジャック).
Le probabilità sono molto alte che stia per l’inglese “Jack”. Notare: già qui parlo di probabilità, non di certezza.
Diamo per buono che sia “Jack”.
Viene nominato in una sola vignetta, in una sola frase, e non viene detto altro. Non entra in scena. È un individuo? Probabilmente sì. È una società, un’organizzazione? Può essere, ma meno probabile.
Diamo per buono che sia un individuo.
Ora il problema è: si tratta di un nome proprio o di un nome comune usato a mo’ di soprannome?
C’è una differenza, perché se si trattasse di un soprannome, è molto probabile che il riferimento sia alle carte da giuoco.
Già in precedenti volumi di ONE PIECE ci sono stati rimandi alle carte da giuoco, ma di recente si sono fatti ancora più fitti. Abbiamo avuto il Joker, perché dunque non un Jack?
Ma se fosse così, il soprannome vorrebbe l’articolo.
Quindi la scelta dev’essere se tradurre quell’unica frase in cui è nominato con “Informa Jack” o con “Informa il Jack”. Ed è una scelta che, ora come ora, non può che essere fatta alla cieca o quasi.
Una volta scelto “il Jack”, la tentazione potrebbe essere quasi di ricorrere al termine italiano: “il Fante”.
In effetti, Personalmente gli anglicismi li preferirei evitare. Ma in questo caso il termine italiano è poco consigliabile.
Intanto mi pare che nell’uso comune per la carta da giuoco il termine di “fante” stia perdendo terreno rispetto a “jack”.
Ma soprattutto, l’assenza di un qualunque contesto potrebbe indurre il lettore a pensare al significato generico del termine: “Informa il Fante”. Un soldato di fanteria? Il funzionario di qualche organizzazione? Il possibile rimando alla carta da giuoco rischia di non venir colto con immediatezza, a maggior ragione per l’impossibilità, nel fumetto, di utilizzare le maiuscole (non si cogliere che non è “il fante”, ma “il Fante”).

OnePiece_Kaido

L’unica immagine finora comparsa nel fumetto che ritrae ufficialmente Kaido

Si potrebbero fare considerazioni simili per Kaido, ma qui le ipotesi si fanno molto più azzardate. Inoltre il nome “Kaido” è ormai attestato, quindi quanto segue è un puro esercizio teorico.
La domanda è: Kaido è davvero un nome proprio?
Giusto nel volume 70 finalmente salta fuori un epiteto anche per Kaido (sul quale vedi sotto). Ma questo non è risolutivo: nel Mondo di ONE PIECE ci sono personaggi che hanno più di un soprannome.
Quindi non è detto, ma non è escluso che più avanti salti fuori che Kaido non è un nome proprio.
Ma perché questo sospetto? Perché “Kaido”, be’, come suono è davvero molto giapponese.
Inoltre, già nel volume 66 “Kaido” è nominato insieme ad altri due Imperatori, entrambi citati per soprannome: “Big Mom” e “il Rosso”. E tutti e tre i nomi sono posti tra virgolette.
Insomma, qualche indizio a favore del soprannome c’è.
E basta una breve ricerca in rete, per verificare che la domanda se la sono posta gli stessi lettori giapponesi. C’è persino chi ipotizza, forse con un volo di fantasia, che “Kaido” sia sì un nome, ma il suo suono nipponico suggerirebbe che il personaggio provenga dal Regno di Wa.
“Kaido” però è scritto in katakana e, fosse davvero un soprannome, attualmente non c’è modo alcuno di decifrarne il significato…
Quindi, se anche per ipotesi lo si fosse voluto tradurre, non c’era comunque alcun appiglio che suggerisse come.

OnePiece_Kaido2

La nuvoletta a destra nomina “Il Rosso”, “Big Mom” e “Kaido”: tutti e tre soprannomi?

Tutt’altra questione, invece, è quello che si sa essere un effettivo soprannome di Kaido.
Qui la domanda è: come renderlo?
Nel volume 70 si scopre che il grande pirata in giapponese viene chiamato Hyakujū no Kaidō (百獣のカイドウ).
Superficialmente questo hyakujū sembrerebbe significare “cento bestie”. Le cose stanno un po’ diversamente.
Il “cento” è un numero che in giapponese può significare generica abbondanza. Si usa anche in italiano: “una ne pensa, cento ne fa”, “ripeterlo cento volte”. In italiano però è usato anche, e forse maggiormente, il mille: “avere mille risorse”, “mille grazie”, e così via. “Mille bestie” mi pare renda maggiormente una generica abbondanza, rispetto a “cento bestie”.
Non solo. Hyakujū non indica solo “tanti animali”, ma anche “tutti gli animali”, “tutti i tipi di animali”.
Ad esempio all’espressione italiana “re degli animali”, riferita al leone, in giapponese corrisponde proprio “re delle cento bestie” (百獣の王). In giapponese il re degli animali è il re “delle cento bestie”.
Ovviamente se in un testo giapponese il leone venisse citato con questa epressione, in italiano sarebbe non solo legittimo ma anzi doveroso mettere “re degli animali”.
Quindi anche nel caso di Kaido credo sia legittima un’operazione analoga.
Stante la natura ancora assai misteriosa del personaggio, tuttavia, resta un problema: non è chiaro se le “cento bestie” sia un complemento di specificazione o abbia una funzione esplicativa; cioè non è chiaro se significhi “Kaido, il quale è tutti gli animali” (ha forse dei poteri di trasformarsi in ogni tipo di bestia?), oppure “Kaido, che comanda su tutti gli animali”.
Gli esilissimi indizî finora dati dal fumetto non consentono di propendere per una delle due ipotesi: sappiamo che Kaido comanda un’armata di individui dotati di poteri animaleschi; ma sappiamo anche che forse egli stesso non è umano.
E potrebbe benissimo darsi che l’ambiguità dell’appellativo sia voluta.
In ogni caso, il rimando alla signorìa del leone mi sembra suggerisca già un possibile adattamento.
Ovviamente, come sa chi legge ciò che ho scritto in passato, l’adattamento di ONE PIECE non è mia responsabilità.
In ogni caso nella traduzione del volume 70, oltre a segnalare in breve tutte queste considerazioni, ho proposto “Kaido Signore degli Animali”, che mi pare salvi i rimandi sottesi all’espressione e sia anche abbastanza generica da evitare brutte sorprese da future rivelazioni.

La malinconia di Suzumiya Haruhi (non l’anime, non il fumetto)


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La malinconia di Suzumiya Haruhi (涼宮ハルヒの憂鬱, Suzumiya Haruhi no yūutsu, 2003).
Non l’anime, non il fumetto. La light novel (in questi casi parlare di “romanzo” mi fa un po’ specie).
L’anime avevo anche provato a vederlo, tempo fa, parecchio tempo fa. Non ricordo neanche più bene come mi fosse capitato in mano, il primo episodio.
Perché, appunto, il primo episodio resta tutto ciò che ho visto e non mi aveva dato una voglia matta di proseguire.
Non mi era parso niente di così speciale, specie considerando i cori di celebrazione che sentivo levarsi un po’ ovunque.
Un tentativo di far qualcosa di particolare e originale senza averne tutti gli strumenti, di sorprendere finendo solo per girare intorno ai più terribilmente inamovibili stereotipi caratteriali dei personaggi “da anime“. Con per giunta una protagonista particolarmente dura da digerire.
Non mi sembrava che in Suzumiya Haruhi ci fosse tanto che spiccasse sopra la linea media dell’anime televisivo d’ambientazione scolastica.
Questo ciò che mi era sembrato.

Poi, ora, a ben dieci anni (un’eternità) dalla pubblicazione in Giappone, mi metto a leggere la light novel da cui tutto parte.
Un po’ per risolvere una curiosità tutto sommato rimasta intatta, un po’ per leggere qualcosa di poco impegnativo come forma & contenuto.
(ah, la lettura è avvenuta in lingua originale)

E insomma, non saprei dire se la mia impressione per le vicende della Brigata SOS si sia del tutto rovesciata, ma sicuramente a volume concluso è molto meno negativa.
La lettura è stata a conti fatti una lettura piacevole.
Ben più di altre cose giapponesi che ho affrontato in questi mesi…

Va fatta una certa tara.
– Al fan service, innanzi tutto. Che i giapponesi riescono a inserire persino nella narrativa non fumettata (e bisogna ammettere che ci vuole pure una certa abilità). In Suzumiya Haruhi ce n’è: a volte vagamente accennato e solo ammiccante, a volte, ovviamente quando c’è di mezzo la povera Asahina, persino un po’ troppo tracimante e insistito.
– All’intreccio composto da blocchi squadrati e schematici tanto che dopo un po’ si indovina facilmente come si svilupperanno i capitoli; tanto che persino il protagonista (!) ironizza avendo capito come procederà narrativamente l’interazione coi diversi personaggi.
– Al decorso generale della storia, non così sorprendente; anche e proprio in virtù dello schematismo di cui al punto appena sopra.

Giunto a metà opera anche il lettore del tutto ignaro del mondo narrativo (e mediatico) di Suzumiya Haruhi e dei suoi retroscena, potrà capire senza troppe difficoltà come si dipanerà (se non come si concluderà) la vicenda.
Non c’è un gran gioco di nascondimenti e rivelazioni, o è comunque gestito senza troppo vigore, e questo è un peccato in una storia che fa dello svelamento dello straordinario sotto al quotidiano il suo nucleo.
Tanto che verso la conclusione attendevo quasi una specie di rovesciamento un po’ più originale, me l’ero immaginato in dettaglio; e che per giunta sarebbe stato persino coerente con tutte le premesse poste sino a due o tre capitoli dalla fine.
( evidenziare la seguente sezione oscura per rivelare la mia (spoilerosa) idea di finale alternativo )
Quando ormai è stata scodellata a Kyon, in particolare da parte di Koizumi, la teoria secondo cui l’intero Mondo sarebbe stato partorito o comunque sotto il controllo d’una singola mente/personalità, e che trattasi di quella di Suzumiya, e che Koizumi, Asahina e Nagato sarebbero frutto dell’esigenza di Suzumiya di un Mondo non banale… quando, insomma, a Kyon è stato rivelato tutto questo, e lui (e il lettore) è quasi del tutto convinto della veridicità della cosa, ecco, secondo me sarebbe stato più originale se poi si fosse scoperto che invece il centro di produzione della realtà non è Suzumiya Haruhi, bensì Kyon stesso, e ciò tra l’altro in pieno accordo coi suoi primevi sogni d’infanzia e la sua antica sete di straordinario…

Fatta la tara, come già detto la lettura è stata piacevole.
Partiamo da Suzumiya, la protagonista. Sì, è dispotica come nell’anime.
Però, non so perché, ma nel romanzo non l’ho trovata insopportabile, anzi. A suo modo ha un che d’apprezzabile. Forse perché, copertina & illustrazioni a parte, i nudi caratteri della prosa permettono di percepirla sanamente distante dagli stereotipi da manga.
Suzumiya è coerente nel suo carattere ostinatamente ostico e, in più punti, è persino piacevolmente maleducata. Antigiapponese, oserei dire.
E la sua spigolosità si percepisce bene come sia (anche) frutto della profonda insoddisfazione verso la banalità del Mondo; insoddisfazione che, chissà, magari metaforicamente punta anche contro le banalità di tante stucchevoli storie romantiche, più o meno umoristiche, più o meno piccanti, su cui gli autori giapponesi, a vignette e non, si sono esercitati forse un po’ troppo a lungo.
C’è dialettica, nel carattere di Suzumiya, ed è una dialettica ben costruita, ha una sua origine, una sua storia, delle sue ragioni, non è l’ennesima variazione della personaggia dura fuori ma melassosamente dolce dolce dentro, variazione che nella stragrande maggioranza dei casi è riproposizione pedissequa e prevedibile di uno stereotipo.
Lo stesso vale, anche se già più parzialmente, per i comprimarî: Nagato, Ashina, Koizumi.
Sì, sono personaggi stereotipati, sì, si incastrano con perfezione mirabile negli stampini della produzione giapponese degli ultimi vent’anni o giù di lì; eppure a me sembra che l’autore in parte arrivi a giocarci. Nagato ad esempio più che una riproposta è quasi una parodia semi-umoristica della personaggia bambolinoide apatica (tipologia di personaggia che, mi sia consentito l’inciso, ho sempre trovato piuttosto urtante).
E infine, come stile di scrittura, be’, La malinconia di Suzumiya Haruhi è una light novel, e anche se di light novel finora non ne ho lette molte, mi sembra comunque migliore rispetto ai prodotti consimili.
Lo stile è diretto e minimale, senza alcuna pretesa d’alta letteratura che non sia quella di scorrere rapidamente con qualche raro pizzico di originalità, ma da questo punto di vista il suo mestiere lo svolge come si deve.

Uhm. Sembra quasi che abbia appena tessuto un grande elogio di Suzumiya Haruhi.
Correggo un po’ il tiro e riannodo i fili.
Suzumiya Haruhi è stata una lettura piacevole che ha in parte dissipato la prevenzione (negativa) che m’aveva lasciato il primo episodio dell’anime, ma non perché ho trovato il capolavoro tanto celebrato, anzi, proprio per il motivo opposto, cioè perché ho trovato una storia originale, con alcune idee simpatiche, ma alla fine semplice e priva di troppe pretese, e che le sue promesse tutto sommato le mantiene.

Segue breve interpretazione critico-otakuesca.
La malinconia di Suzumiya Haruhi lo vedo come esemplare, e non secondario, di quel singolare insieme di opere etichettabili come sekai-kei (セカイ系); opere che inscenano la crisi del confine tra il Mondo esterno, solido e reale, e il Mondo dell’intimo, il fluido Mondo di emozioni e sentimenti, con la scoperta, a metà tra aspirazione demiurgica e disperazione solipsistica, che pensiero e sentimenti sono la fonte della stessa Realtà, e che quest’ultima è ben poco differente dal sogno, dal virtuale, dalla visione.
Titoli inevitabili da citare in merito (tra quelli che ho visto): Evangelion, sicuramente nella sua prima incarnazione (la serie televisiva e i “vecchî” film); serial experiments lain; Lei, l’arma finale (ma in senso parziale). Altro?
Si sarebbe tentati di scorgere addentellati e simiglianze nell’opera di Oshii e Kon.
Ma in Oshii manca, o è rarefatta sino all’inverosimile, la tematica sentimentale, e in genere le emozioni (preponderanti nel sekai-kei) sono cerebralizzate e sottomesse a un’estetica della dissoluzione e del non-umano; e la crisi tra reale e finzione è sorretta da una robusta consapevolezza filosofica.
In Kon, invece, la plasmabilità demiurgica del reale è soprattutto metafora, anche giocosa, dell’opera cinematografica e/o occasione per una corrosiva critica sociale.
Piuttosto, è interessante notare che nei lungometraggi che sono la sua più recente incarnazione Evangelion sembra, almeno per ora, aver (saggiamente?) rinunziato alle tematiche prettamente sekai-kei per andare in tutt’altra direzione.
Ma sto divagando.
La malinconia di Suzumiya Haruhi è tutto questo, ma felicemente priva di ambizioni d’alta metafisica. La sua non è una narrazione destinale dalle tinte cupe e tragiche, mancano gli psicoscavi esasperati nei patemi adolescenziali (in quelli che si ritengono siano adolescenziali).
Non che elementi del genere siano malvenuti, anzi, ma restano rischiosi perché gestirli come meritano è arduo.
La malinconia di Suzumiya Haruhi preferisce raccontare una storia semplice, con tono sommesso; la sua è una narrazione a volte quasi un po’ scarno, ma comunque una gradevole variazione sul tema.
E a questo punto forse sarebbe da verificare nel dettaglio com’è dunque la sua trasposizione animata, cos’è cambiato nello spirito, se qualcosa è cambiato; capire com’è la serie animata che tanto entusiasmo ha suscitato.
Ecco, forse un po’ di curiosità di provare a vederla m’è tornata…

Noêin:03


virale_cop_03Rianimo temporaneamente il blog per una mera comunicazione autopromozionale.

Come già lo scorso anno, anche in questo 2013 il gruppo nachtbummler, grazie a Cyrano Comics, dà alle stampe e offre all’attenzione del pubblico più curioso (e attento) un nuovo volume di Noêin, giunto al volume 03 (che è il quarto, essendo partito da un volume 00).
Per chi ancora non lo conoscesse, Noêin è un singolare oggetto, che si muove inquieto sul confine tra autoproduzione ed editoria ufficiale, tra fumetto e narrativa scritta, tra amatorialità e autorialità, tra convenzioni di genere e sperimentalismo, tra citazionismo e innovazione.
Come già lo scorso anno, anche in questo 2013 Noêin ha il (dis?)onore di ospitare un mio contributo…
L’anno scorso si trattava di un racconto breve titolato Il risveglio della pietra. Quest’anno, sempre un racconto breve, titolato Spiragli.
Il nuovo volume di Noêin sarà presentato a Mantova Comics & Games, il fine settimana dei giorni 8-9-10 marzo.

Se posso dirlo, be’… l’insoddisfazione per ciò che scrivo purtroppo è la regola, e quest’anno il mio contributo, soggettivamente, mi sembra anche meno valido rispetto all’anno scorso.
Ma sto già meditando come riscattarmi col prossimo Noêin, nel 2014; ovviamente sperando che la meditazione riesca poi a mutarsi in azione (cosa non garantita).

Nick Harkaway – Il mondo dopo la fine del mondo


Nick Harkaway
Il mondo dopo la fine del mondo
2009, Mondadori, 558 p.
(2008, The Gone-Away World)

Dalla presentazione dell’editore:

…le Bombe Svuotanti hanno cancellato intere zone della realtà dalla faccia della terra. Un soldato senza nome e il suo eroico amicone Gonzo Lubitsch devono affrontare l’inimmaginabile minaccia che viene dall’esterno della Zona Abitabile: un assortimento da incubo di mutanti e mutazioni. Non contenti di avere fra le mani il destino dell’umanità, i due finiscono per trovarsi coinvolti in un triangolo amoroso potenzialmente catastrofico. Accompagnati da una ciurma di guerrieri male assortita e rotta a ogni esperienza, i nostri eroi riusciranno a salvare questo caoticissimo mondo postapocalittico? E soprattutto: ne vale la pena?…

Scoppietta alla partenza, promette scintille e saliscendi e poi ti devia a tradimento sul binario di un flashback lutulento che si trascina per capitoli e capitoli, per mezzo libro e oltre. Un’unica gigantesca ripresa con macchina fissa nella soggettiva del protagonista, a ritmo costante e monocorde, monotòno.
Sì, ok, quando più avanti giunge la svolta, la rivelazione di cos’è-successo-veramente si capisce che forse il meccanismo non consentiva alternative alla soggettiva fissa. Peccato che tirata così per 500 pp. tenda a stancare.
E stanca per lo stile ineguale: a più riprese eccellente & infiorettato e poi disperso in lunghi passaggi asettici tipo intanto-butto-giù-appunti-per-la-trama-come-vengono-ché-poi-li-risistemo-quando-il-libro-lo-scrivo-per-davvero. Non è tanto la verbosità incontrollata, e i voluti inserti di infodump inessenziale, ché quelli io li benaccolgo. Sono i lunghi corridoî con materiale edile sparso affianco di sale dagli infissi cesellati, che un po’ lasciano perplessi.
Harkaway discepolo stilistico di David Foster Wallace? Sì, condivido, ma il maestro supera ancora di parecchie lunghezze (ma parecchie parecchie… parecchie!) l’allievo. E non è l’unico, degli altri nomi cui Harkaway è riconducibile, l’ho visto ricondotto. Sembra Wallace. Sembra Vonnegut. Questo l’hanno già notato altri. Sembra Landsale: questo non lo so (non l’ho letto). Sembra Lovecraft? No, non direi. Piuttosto sembra Lovecraft per tramite di China Miéville. In Harkaway c’è tantissimo Miéville. Ma tanto tanto. E poi scopro che come Miéville pure Harkaway è inglese, nel senso di britannico. Magari si conoscono di persona. Scopro che è inglese a fine volume. Convintissimo che fosse americano. Perché Il mondo dopo la fine del mondo come stile è terribilmente americano. Lo stile smargiasso che vuol dar mostra di non prender nulla sul serio, di voler essere colloquiale e informale a più non posso, un po’ film sul Vietnam, un po’ dialoghi tra supereroi dei comics, un po’ l’adolescente che scopre che con le parolacce forse sembra adulto. Forse. Sembra.
Harkaway sembra tanti altri autori, e non so fino a che punto questa sia una buona notizia, per uno scrittore.
Miéville, dicevo. Come Miéville, neanche Harkaway cammuffa la sua affiliazione politica. Il mondo dopo la fine del mondo parla con una certa convinzione l’ideologia noglobal (o newglobal, chiamatela come volete). Niente di male. Peccato che. Peccato che, sì, lo fa in maniera meditata, ne (ri)conosce i limiti, sa la velleità parolaia e autoreferenziale del sinistrismo universitario (e da salotto in genere), lo parodizza pure, sa come sia cosa che si rompe il muso contro il muro duro della realtà.
Ma dài e dài, la storia pende decisamente per una retorica un po’ manichea stile la-vostra-crisi-non-la-paghiamo, tutta-colpa-delle-multinazionali-disumanizzanti, il-capitale-ci-ruba-l’anima, su cui, in vista del finale, scendono pure consistenti spruzzate di complottismo.
Tanto che ti aspetti che da un momento all’altro salti fuori l’Agente Smith (sì, quello di Matrix).
E ci starebbe anche bene tra tutti gli scontri a suon d’arti marziali che affollano il libro. Perché in mezzo al resto (il resto: motori a energia suina; megacittà mobili su cingoli; compagnie di mimi combattenti… e altro ancora) ci sono i ninja. E qui ho visto molti lettori che s’esaltano: uh, ci sono i ninja! figata. Mah, posso dirlo? A me ‘sta cosa sa un po’ da fan service per il consumatore indie snob di cultura pop. Quello a cui bastano i ninja per alzare il voto al libro. E mi stupisce Harkaway non ci abbia messo pure gli zombie…

Ma questa non vuole essere una stroncatura.
Tiriamo le somme.
Il mondo alla fine del mondo è un po’ un giocattolone.
Ricorda tante altre cose, senza riuscire a eguagliarle.
Volete una corrosiva satira politica e sul militarismo? C’è Vonnegut. Volete dei romanzi fantastici scritti da un comunistaccio dichiarato (gustabile per giunta anche da chi la pensa all’opposto, o da chi di politica non pensa affatto)? C’è China Miéville. Volete un’orgia di piacere letterario che più contemporaneo e schizofrenico non si può? C’è David Foster Wallace.
Però!, un giocattolone resta un giocattolone. Da non prendere troppo sul serio. Ma ci si può giocare.
Leggere Il mondo alla fine del mondo permette di giocare parecchio. È piacevole. Diverte. Dà soddisfazione. Facendo le varie tare, è ben scritto. C’è un sacco di fantasia.
E poi, è un’opera prima. E allora, mica male.
Aspettiamo la prossima. La voglia di leggerla io ce l’ho.

PS. Molto buona la traduzione italiana.