La roba vecchia


Anni fa, molti anni fa, avevo un sito.
Prima che cominciassi a tradurre per l’editoria.
Questo sito conteneva traduzioni che avevo fatto per conto mio. Si trattava di traduzioni di materiale relativo all’animazione giapponese: interviste e articoli, perlopiù sullo Studio Ghibli o su Oshii Mamoru (regista su cui ho scritto la mia tesi di laurea).
Poi il portale che ospitava questo sito ha chiuso i battenti.
Bene, ora ho approfittato delle “vacanze” estive per riesumare il materiale, remiscelarlo e, spolverando un po’ di cognizioni di HTML, ho rimesso tutto quanto in rete.
Tra interviste e articoli si tratta in totale di due dozzine di traduzioni. Più una manciata di traduzioni di sigle e canzoni.
Tutto qui.
Non credo verrà aggiunto in futuro altro materiale, causa mancanza di tempo.
Anche se, in fondo, non si sa mai…

Il sito si trova a questo indirizzo: yupa.neocities.org.
Buona lettura.

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Madoka Magica!


Recentemente guardo pochissimi anime.
Recentemente ho visto Madoka Magica (魔法少女まどか☆マギカ) e, che dire?, ho fatto più che bene a vederlo.
Ho voluto prendere qualche appunto, ma alla fine gli appunti si sono spontaneamente trasformati in un commento articolato, per quanto breve breve. Era da tanto che non scrivevo qualcosa del genere! Il commento, più che su Madoka in sé, è su Madoka entro il suo genere, com’è forse inevitabile.
[sempre in tema di recuperi: ho visto anche La malinconia di Suzumiya Haruhi, ma visto che preferisco scrivere di cose che gradisco, non ne scriverò]

Cosa è e cosa non è Madoka Magica.
Madoka Magica non è una decostruzione del genere mahō shōjo (魔法少女: quello delle maghette, per intenderci). Tutto ciò che di terribile mostra Madoka Magica lo si può già trovare, per chi li ha guardati bene, negli anime majokkeschi degli anni Novanta, che siano Sailor Moon, Ririka SOS, o Pretty Sami, per dire i primi nomi che possono venire in mente (ma anche Rayearth, per quanto rientri parzialmente nel genere): personaggi che muoiono senza ritorno, amene realtà che si rivelano oscure, echi lovecrafiani, personaggi secondari e/o protagoniste che si immolano nell’estremo sacrificio per il bene comune, tanta tanta sofferenza, e infine la celebrazione dell’amicizia come bene supremo in un Mondo ostile. E così via.
Tutto questo lo s’è già visto e rivisto.
Il copione è noto e stranoto.
Le maghette ne hanno già passate di ogni.
Quel che ora cambia non è il cosa, ma il come.
Madoka Magica è, quindi, il genere mahō shōjo finalmente depurato e infine sublimato. Finalmente depurato da tutte le necessità che comporta il rivolgersi al pubblico televisivo infantile da spremere economicamente.
Depurato quindi dalla serialità con decine e decine, se non centinaia, di puntate, e chi se ne importa se oltre la metà sono riempitivi: ora la vicenda è contenuta e priva di sbrodolamenti nella compattezza di dodici episodî dodici.
Depurato dalla necessità di vendere giocattoli rosa e plasticosi: in Madoka Magica di gadget luccitintinnanti da far vomitare alle fabbriche nell’ordine dei milioni non ce ne sono.
Depurato dalla necessità di umorismo e comicità perché i piccoli spettatori si devono divertire e non guardare anime troppo serî: in Madoka Magica si ride poco, anzi per niente, e una volta tanto, tra tanti anime che ti infilano l’umorismo come una gamba di traverso, è anche una boccata d’aria.
Depurato dalla necessità di una grafica semplice e di una regia elementare, sempre perché anche gli spettatori più piccoli possano capire.
Madoka Magica è il genere mahō shōjo infine sublimato. Sublimato nella festa visiva che è il suo lato grafico; nella delicatezza del tratteggio dei primissimi piani; nei giochi di colori ora caldi e ora gelidi, ora delicatamente pastellosi; negli sfondi in cui paesaggi cittadini si fanno barocche cattedrali; nel delirio immaginifico e sperimentale delle realtà distorte create dalla Streghe; nella raffinatezza della sua colonna sonora.
Madoka Magica vive nella sua forma (il come), dove tale è il lavoro svolto dallo staff che la storia (il cosa), pur costruita con scaltrezza e gradevole nel suo dispiegarsi implacabile, non è ciò che più conta.
Madoka Magica, in tal senso, spicca come un singolare unicum: figlia, nel cosa, di tutte le ragazzine magiche che l’anno preceduta, sin dai lontani anni Sessanta; eppure al contempo orfana per la generosità del suo come, per il generoso dispiegarsi della sua visionarietà. Un’anomalia paradigmatica priva, a tutt’oggi, che io sappia, di serî successori. E forse è meglio così. Difficile imitare un simile risultato.

Nausicaä e la Natura . Un’analisi critica del fumetto di Miyazaki Hayao


NauNatura2014_coverCredo che l’immagine parli da sola: ho scritto una specie di saggio breve su Nausicaä, e l’ho autopubblicato.
È la concretizzazione di un’intenzione antica non di mesi, ma di anni.
Su Miyazaki è stato scritto tanto, ci sono ormai anche diversi libri in italiano, ma di solito trascurano, se non ignorano, il lato fumettistico del grande regista. È vero che, se si escludono alcune brevissime storie, Nausicaä resta l’unico fumetto dell’autore, e purtuttavia ho sempre sentito come sconcertante la poca attenzione dedicatagli dalla critica.
Nausicaä è già solo di per sé, con le sue circa mille pagine, un’opera di grandissimo valore. Brilla ancor di più, e di una luce arcana, se posta a fianco dei film che nel frattempo Miyazaki girava: Laputa, Totoro e Porco Rosso sono a conti fatti opere molto solari, di grande leggerezza, mentre il fumetto di Nausicaä è opera dal respiro epico ma dal contenuto spesso tragico, cupo, una lettura spessa e aspra in grado di porre questioni scomode che si risolvono solo parzialmente in un finale assai amaro e problematico.
È quindi un peccato che tutti coloro che, finora, hanno provato a scrivere su Miyazaki, non abbiano concesso a Nausicaä fumetto lo spazio che, secondo me, avrebbe più che meritato.
Non so se le cinquanta circa pagine che ho scritto rimedieranno. Sarebbe per me grandissima soddisfazione se ci riuscissero anche solo parzialmente, anche solo un pochino pochino pochino.
Ho scelto l’autopubblicazione digitale perché… be’, le condizioni dell’editoria italiana, specie quando si parla di saggistica di nicchia, sono quello che sono.
L’autopubblicazione digitale mi permette inoltre di promuovere lo scritto in forma gratuita. Mi interessa soprattutto che sia scaricato & letto, non certo di “guadagnarci”.
Onde per cui, da oggi e sino a venerdì 22 agosto, l’elettrolibro è scaricabile gratuitamente da amazon. Successivamente sarà disponibile al prezzo minimo di 0,89€.
Inoltre ho evitato di inchiavardare l’elettrolibro con lucchetti digitali (DRM o simili) appositamente per incentivare la massima portabilità. Leggete & diffondete.

Le parolacce!


A inizio mese ho avuto il piacere di vedere al cinema Ghost in the Shell – Arise nell’edizione italiana. Doppiato in italiano. Tradotto in italiano.
L’unico altro Ghost in the Shell che ho visto anche in italiano e che in italiano ho ben presente è il primo glorioso lungometraggio, quello del 1995, quello girato da Oshii Mamoru. Per la precisione: arrivato (e tradotto) in italiano tramite l’edizione americana.
Sarà forse anche per questo che la differenza tra i due risalta ancor più forte. Non parlo solo del doppiaggio, delle voci. Mi riferisco ad altro.
Agli improperî. Al torpiloquio. Alle parolacce.
Non si può certo dimenticare, in Ghost in the Shell il film, quello del 1995, l’attimo in cui Batō si pregia d’apostrofare un ricercato come “stupida testa di cazzo”. E qui si fa forte il sospetto dell’influsso della traduzione U.S.A.
In Arise, invece: stessa ambientazione, stessi personaggi, stesso Mondo cinico, cupo e viulento; ma volano al massimo dei “maledetto” o un assai letterario “che tu sia dannata”.
Non è certo l’unico prodotto giapponese che, giunto in Italia, vede i personaggi insultarsi a suon di “maledetto”, “dannato”, “dannato”, “maledetto”, “maledetto”, “dannato” e poco più.

Le parolacce!
Ecco, parliamo delle parolacce in traduzione.
O delle parolacce nelle edizioni italiane.
Non sono la stessa cosa. Traduzione ed edizione. La seconda vuole la mediazione, appunto, di un editore. Con le sue scelte e le sue politiche. Che non sempre si accordano alle scelte di chi traduce.
Sulla questione delle parolacce il triangolo in gioco è il solito, coi suoi tre vertici:
– Il lavoro del traduttore sul testo.
– Le politiche commerciali dell’editore.
– Le sensibilità e le esigenze dei singoli fruitori (lettori e spettatori).
Sugli editori, be’, è cosa nota che alcuni d’essi hanno una politica molto precisa sulla parolacce: non vanno messe; non devono esserci; non possono comparire. A prescindere dal testo d’origine.
Altri editori hanno un approccio più lasco. Più rispettoso dell’originale, si potrebbe dire.
I motivi dell’antiparolaccismo non sono difficili da immaginare: non tanto l’eventuale pruderie dei padroni del vapore, quanto la necessità di garantirsi un accesso a un pubblico ampio, più ampio possibile.
I film hanno i rating per fasce d’età, e le brutte parole ci giocano un ruolo.
Da questo punto di vista è netta la differenza tra prodotto video e prodotto cartaceo. Commercialmente il fumetto può permettersi più turpiloquio del prodotto video.

E traduttologicamente? Cioè, stando ai soli testi e facendo finta non esistano logiche e necessità di vendita?
Ecco, qui c’è un punto da chiarire.
Ogni tanto salta fuori chi ritiene e sostiene che “in giapponese non esistono le parolacce”, o comunque “il giapponese ne ha meno dell’italiano”.
Ma ne siamo sicuri?
Tutto dipende da come si interpreta il fenomeno del turpiloquio.
La parolaccia non è necessariamente il riferimento genitale o scatologico.
O meglio: lo è sicuramente in italiano; ma non è detto che la semantica del parlar offensivo sia equivalente in altre lingue. Anzi, sarebbe ben strano il contrario, specie parlando di lingue distanti dalla nostra, dove l’intero sistema della lingua è organizzato in maniera altra.
Proviamo piuttosto a interpretare la parolaccia in senso ampio: come il parlar offensivo, il ricorso a termini o forme interdetti, quali che siano.
Ogni lingua ha i suoi interdetti che, se violati, causano ed esprimono offesa, e il giapponese non è da meno, poco importa se questi pescano da aree diverse che non gli organi sessuali o le escrezioni corporee.
E l’offensività va resa in traduzione.
Il giapponese, per esprimerla, fa ricorso, tra il resto, ai suoi numerosi pronomi di seconda persona o alle particelle di fine frase. Tutte cose in apparenza “non traducibili” in italiano.
L’italiano fa ricorse alle nostre care, vecchie, parolacce.
Le seconde equivalgono ai primi.
Ci sono pronomi e particelle che un bravo giapponese non userebbe mai nei confronti del capufficio (perlomeno non quando è presente…).
Se le usa significa che sta offendendo. L’offesa va tradotta in italiano. In italiano si offende tramite le parolacce. In traduzione vanno quindi usate le parolacce.
Operare la trasposizione è ovviamente un lavoro delicato.
Un lavoro delicato perché manca la corrispondenza precisa da parola a parola. Si tratta, ad esempio, di esprimere con termini italiani, quindi lavorando sul lessico, quel che il giapponese esprime tramite la morfologia, ad esempio con le particelle di fine frase.

Le parolacce in traduzione ci possono stare. A volte sono necessarie. Difficile però quantificare a priori le dosi e dare regole generali.
Confesso che l’uscita di Batō in Ghost in the Shell (quello del 1995, quello con la “stupida testa di cazzo”) l’ho sempre trovata un po’ stonata. Ma forse contribuiva anche il doppiaggio italiano, con le sue intonazioni di stampo molto americano: appunto, l’influsso della versione U.S.A. Chi ha ascoltato la voce di Motoko in originale e poi in italiano può capire cosa intendo.

E parlando di parolacce, la sensibilità dei fruitori diverge assai.
Conosco individui che vanno in un infantile brodo di giuggiole non appena vedono il loro anime o manga preferito costellato di espressioni da scaricatore di porto, meglio ancora se politicamente scorrette.
Conosco altri individui che si dicon disturbati o infastiditi dal dover leggere espletivi volgari, anche se leggeri.
Da persona che traduce non posso che ribadire quanto già scritto sopra: parolacce sì, ma con misura, per quanto una misura, in questo caso, sia difficile a calibrarsi.

Ma sarebbe interessante se, tra lettori e spettatori, si potesse sentire qualche opinione in merito. Anche perché la questione mi sembra sia di rado dibattuta.